Rohingya: no al rimpatrio dei rifugiati se prima non verrà garantita la loro sicurezza in Myanmar e se non verrà assicurata giustizia per i gravi crimini commessi

Il rimpatrio dei rifugiati Rohingya non può cominciare se prima non verrà garantita la loro sicurezza nello Stato di Rakhine e se non verrà avviato un chiaro processo per accertare le responsabilità delle gravi violazioni dei diritti umani commesse in Myanmar, secondo Save the Children, l’Organizzazione internazionale che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro.

All’indomani dell’accordo tra i governi di Bangladesh e Myanmar che prevede l’avvio del rimpatrio dei rifugiati Rohingya entro un paio di mesi, Save the Children chiede l’istituzione di un meccanismo indipendente e sostenuto a livello internazionale per monitorare la protezione dei rifugiati e che l’accesso umanitario venga garantito senza ostacoli e impedimenti in tutto lo Stato di Rakhine.

“Non siamo ancora del tutto consapevoli della vastità degli orrori subiti sulla propria pelle dalla comunità Rohingya, Abbiamo raccolto testimonianze di donne stuprate subito dopo aver partorito e dei loro figli buttati nel fuoco, bruciati vivi. Donne che per sopravvivere avevano come unica possibilità quella di fuggire attraverso la giungla e strisciare nel fango per giorni. È semplicemente orribile pensare di far ritornare queste persone, in particolare le più vulnerabili come donne e bambini, nei luoghi dai quali sono fuggite, senza alcuna garanzia per la loro sicurezza, lasciandole ancora una volta in balia dei loro persecutori ed esponendole a ulteriori inimmaginabili orrori”, ha dichiarato Mark Pierce, Direttore di Save the Children in Bangladesh.

In occasione della riunione speciale del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite sulla crisi dei Rohingya, Save the Children chiede ai membri del Consiglio di condannare senza esitazione le gravissime violazioni dei diritti umani avvenute in Myanmar e che le autorità del Paese assicurino alla giustizia i responsabili delle atrocità commesse. Il rimpatrio, sostiene inoltre l’Organizzazione, non potrà avvenire in maniera forzata, ma alle persone dovrà essere garantita la possibilità di scegliere di fare ritorno in Myanmar in maniera sicura, dignitosa e su base volontaria, nel rispetto degli standard internazionali e con il coinvolgimento dell’Agenzia Onu per i rifugiati.

Attualmente, in Bangladesh vivono circa 835.000 rifugiati Rohingya, di cui 630.000 sono fuggiti dal Myanmar a partire dal 25 agosto scorso. Mina*, una donna incinta rifugiata in un campo di transito vicino al confine tra i due Paesi, ha raccontato allo staff di Save the Children di essere fuggita dopo che il villaggio in cui viveva è stato attaccato e suo figlio di 3 anni è stato ucciso davanti ai suoi occhi. “L’hanno strappato dalle mie braccia e l’hanno buttato nel fuoco. Io e mio marito urlavamo, mentre ci trascinavano sul terreno e vedevamo nostro figlio bruciare vivo”, ha raccontato la donna.

“Finora le autorità del Myanmar non hanno neanche riconosciuto le gravi atrocità che sono avvenute sul loro territorio. Finché non lo faranno, le autorità del Myanmar e del Bangladesh dovrebbero evitare di sostenere i rimpatri prematuri di uomini, donne e bambini, esponendoli così al grave rischio di subire nuovi traumi dopo le violenze indicibili alle quali hanno già assistito. Abbiamo bisogno di vedere azioni concrete per garantire che coloro che scelgono di rimpatriare possano farlo in maniera sicura ed esclusivamente su base volontaria. È fondamentale inoltre che coloro che hanno perpetrato abusi vengano assicurati alla giustizia e che vengano attuate azioni chiare e immediate per avviare un’indagine indipendente sui crimini commessi. Considerati il livello e la gravità delle violenze perpetrate contro le comunità Rohingya nel loro Paese di origine, è difficile immaginare che tutto questo avvenga nel giro di poche settimane”, ha concluso Mark Pierce.

Nell’ambito della propria risposta di carattere sanitario nei confronti dei rifugiati Rohingya in Bangladesh, Save the Children è impegnata per dare supporto alle donne incinte e alle neo-mamme, attraverso interventi di assistenza sanitaria, supporto nutrizionale e il riferimento dei casi che lo necessitano agli ospedali presenti nei campi. Attualmente, l’Organizzazione sta in particolare rinforzando il proprio intervento a Cox’s Bazar con attività che comprendono, tra le altre, il supporto psico-sociale alle neo-mamme e la formazione di ostetriche nella comunità.

Per sostenere gli interventi di Save the Children a supporto delle comunità Rohingya: https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/risposta-alle-emergenze/cri...

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