Piccoli Schiavi Invisibili

Lo storia di Sophia vittima di tratta e sfruttamento

IL CONTESTO

Le minori vittime di tratta e sfruttamento sessuale di origine nigeriana

La Nigeria

La Nigeria è una repubblica presidenziale federale che riunisce 36 Stati sotto la guida del presidente Muhammadu Buhari (Congresso di tutti i progressisti) e del governo di Abuja, la capitale. La Repubblica Federale di Nigeria è un Paese dell’Africa occidentale di oltre 200 milioni di abitanti, che lo rendono il più popoloso del continente. Le statistiche ufficiali prevedono che la popolazione nigeriana crescerà considerevolmente nei prossimi anni, superando i 390 milioni di abitanti nel 2050 e diventando il quarto Paese più popoloso del mondo. Del resto l’indice di natalità colloca la Nigeria al 20° posto della classifica mondiale: 35 bambini ogni 1000 abitanti (per comprendere quanto pesi tale indice, è sufficiente osservare che l’Italia occupa il 216° posto con 8,5 bambini ogni 1000 abitanti).

Una condizione cronica che contraddistingue tutti gli Stati parte della repubblica federale, è la discriminazione della donna. Nelle zone rurali della Nigeria, in particolare negli Stati del Nord, le donne lavorano solitamente molto più degli uomini, costituendo almeno il 60% della forza lavoro, e molto spesso senza ricevere retribuzione.

Circa la metà delle ragazze e delle donne nigeriane vive sotto stretto controllo, prima dei padri, poi dei mariti. Sebbene la maggior parte dei movimenti migratori sia interna, si registra una forte emigrazione di tipo misto tanto a livello regionale, quanto verso Ovest, dove i nigeriani vanno in cerca di opportunità economiche, di studio o chiedono asilo.

Tali movimenti sono anche alimentati dai significativi episodi di violenza causati dall’organizzazione terroristica jihadista, Boko Haram, diffusa nel Nord del Paese, che ne 2014 aveva rapito 276 ragazze nella scuola secondaria della città di Chibok con l’intenzione di venderle come schiave. A maggio del 2017 ne sono state liberate appena 82. Tale situazione non fa che innalzare sensibilmente la condizione di pericolo e di insicurezza in cui versa la popolazione, soprattutto la sua componente più giovane, fungendo da ulteriore stimolo ad emigrare. Questa fuga non viene colmata dalla pur forte immigrazione, che risulta insufficiente a compensare la perdita di lavoratori altamente qualificati (scarto tra emigrazione e immigrazione pari a -0.2 migranti ogni 1000 persone).

La Nigeria è anche una dei principali Paesi di origine, transito e destinazione per il lavoro forzato e il traffico sessuale.

I NUMERI DEL FENOMENO

Secondo i dati della Commissione europea, tra il 2015 e il 2016, nell’Unione europea le persone di origine nigeriana hanno rappresentato la principale nazionalità registrata tra le vittime di tratta di esseri umani. La Commissione ha stimato 2.084 vittime di origine nigeriana, di cui quasi la metà In Italia, rappresentando la nazionalità principale tra quelle dei Paesi terzi. Più della metà delle vittime sono donne e ragazze. Inoltre, circa il 74% è vittima di sfruttamento sessuale, il 22% di altre forme di sfruttamento e il restante 4% di sfruttamento lavorativo.


Secondo i dati del Ministero dell’Interno, nel 2018 sono sbarcate 23.370 persone, di cui 1.250 di origine nigeriana, tra uomini e donne, mentre nel 2017 sono sbarcate 119.369 persone, di cui 18.158 di origine nigeriana.

Secondo i dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, aggiornati al 31 dicembre 2018, la maggioranza delle minori straniere non accompagnate in strutture di accoglienza proviene dalla Nigeria (237 minori, pari al 30,1% del totale delle presenze femminili, ovvero 787).


La storia di Sophia nel contesto della tratta e dello sfruttamento

Un numero però inferiore rispetto a quello registrato nel 2017, quando le minori di origine nigeriana presenti in strutture di accoglienza sono state 501, pari al 40,2% del totale (1.247). Secondo i dati del Dipartimento per le Pari Opportunità, nel 2018 le minori nigeriane vittime di tratta inserite in programmi di protezione sono state 196, rappresentando l’88,69% sul totale delle minori vittime, pari a 211. Un numero cresciuto rispetto al 2017, quando le beneficiarie sono state 187, rappresentando i 93,5% sul totale delle minori vittime (200). Solo nel 2018, le nuove prese in carico sono state ben 59, rispetto alle 196 beneficiarie dei programmi, mentre nel 2017 sono state 107, rispetto alle 112 totali. Se poi allarghiamo il discorso a tutte le vittime di tratta, sia adulte che minori, le nuove prese in carico per il 2018 sono state 893, di cui addirittura 711 di origine nigeriana, pari al 79,62% del totale.


Nell’ambito del nostro Progetto di Vie d’Uscita, nel 2018 le vittime di origine nigeriana intercettate durante le attività di strada sono state 1.414, pari al 64% del totale (2.210).

Da questi ultimi dati, secondo Andrea Morniroli della Cooperativa Sociale Dedalus, ente anti-tratta operativo in Campania, emerge chiaramente quanto, a fronte del calo degli sbarchi, resti ancora alto il numero di vittime nigeriane intercettate, adulte e minori. Sebbene il numero degli arrivi sia diminuito nell’ultimo anno e mezzo, l’impatto sul numero di vittime di tratta non è proporzionale.


Come ha sottolineato un rappresentate UNHCR “questo non significa che ci sono meno vittime, o meno minori vittime di tratta, ma che non ci saranno più molte persone vittime di tratta nel contesto del sistema asilo”. Il rappresentante dell’UNHCR ha poi precisato “a causa dei tempi lunghi delle procedure, della lunga permanenza in accoglienza, permanenza lunga anche per quanto riguarda i minori stranieri non accompagnati, se guardiamo all’impatto sul nostro lavoro, al momento non è stato significativo in termini numerici”.

I dati confermano la particolare vulnerabilità delle giovani nigeriane e allo stesso tempo mettono in evidenza la forza della rete criminale che, sullo sfruttamento sessuale, ha costruito una vera e propria macchina organizzativa. Il fenomeno crimine organizzato può attingere a quel bacino di povertà e scarsa scolarizzazione che contraddistingue la gran parte delle giovani originarie degli Stati del Sud della Nigeria e, in particolare, dell’Edo State. I trafficanti sembrano cercare vittime sempre più giovani e sempre meno coscienti di ciò che le aspetta in Italia, ma soprattutto del lungo viaggio e della permanenza in Libia in attesa di essere imbarcate. In Libia la violenza sessuale contro donne e ragazze è un passaggio obbligato a cui quasi nessuno può sfuggire. Una violenza crudele, che trapela dalle parole di coloro che alla fine riescono a raccontarla. Dietro la promessa di un lavoro, le ragazze nigeriane vengono lasciate partire o sono persino incoraggiate a intraprendere il viaggio dalla stessa famiglia, in modo tale da garantire un futuro migliore per se stesse e per i propri familiari rimasti nel Paese d’origine. Nonostante la cifra richiesta per pagare il viaggio sia diminuita nel tempo, resta ancora molto elevata e può raggiungere anche 30.000€. Anticipare i costi del viaggio rende schiava la ragazza, che subirà violenza sessuale e sarà costretta a prostituirsi già durante il viaggio. Senza contare che, talvolta, al debito per il viaggio si aggiunge il peso della famiglia che chiede l’invio di costanti somme di denaro alle ragazze.

Quando le giovani giungono in Europa sono prive di qualsiasi mezzo di sostentamento e, avendo contratto un debito, rimangono totalmente assoggettate ai trafficanti. Racconta un’operatrice dell’Associazione On the Road, ente della rete anti tratta italiana e nostro partner, che per le ragazze “i soldi da pagare sono tanti, molti di più di quelli che si immaginavano al momento della partenza, le spese della casa e del cibo non fanno parte del pacchetto-viaggio e per questo le giovani si ritrovano a lavorare fino a 12 ore in strada, abbassando i prezzi”.

Le ragazze scendono in strada tutte le notti, anche per 10-20€ a prestazione. Generalmente riescono a guadagnare dai 300 ai 700€ al giorno, ma nei fatti le giovani ne trattengono pochi per se stesse: una parte viene loro sottratta direttamente dalla mamam (la figura femminile che sfrutta le ragazze in Italia), un’altra parte destinata a pagare vitto e alloggio, così come a comprarsi i vestiti che devono necessariamente indossare per imposizione degli sfruttatori. Talvolta sono persino costrette a pagare l’affitto del marciapiede.

Ed è così che i tempi per estinguere il debito in Nigeria si dilatano inesorabilmente.

Le organizzazioni criminali, per soggiogare le ragazze, fanno leva su credenze e superstizioni, come il c.d. rito juju, che assoggetta psicologicamente le ragazze per costringerle a ripagare il debito. Questo meccanismo di assoggettamento ha avuto un freno quando il 9 marzo del 2018 Ewmare II (l’Oba di Benin City, ovvero la massima autorità religiosa del popolo Edo) ha emesso un editto, c.d. Editto di Edo. Tramite l’emissione di quest’atto si intendeva annullare qualsiasi effetto del rito juju in atto e futuro.


Quali sono state le ripercussioni dell’editto sulle ragazze in Italia?

L’editto è stato di grande impatto nel momento in cui è circolato anche in Italia. Secondo Alberto Mossino, rappresentnate di PIAM Onlus, ente anti-tratta e nostro partner, oltre a far sentire le ragazze liberate dal debito che avevano contratto, l’editto ha avuto un’influenza anche sulle stesse mamam, le quali, temendo possibili ricadute delle maledizioni lanciate su di loro, in alcuni casi hanno reagito cacciando su due piedi le ragazze di casa e lasciandole in strada senza soldi né casa. Nei giorni in cui è iniziata a circolare la notizia dell’editto, tra la comunità nigeriana è avvenuto quasi un terremoto e il numero di richieste di fuoruscita, Rodolfo Mesaroli di CivicoZero Roma, nostro partner, si sono moltiplicate in misura esponenziale in quel periodo “tanto che i servizi non sarebbero mai stati in grado di far fronte a tutte quelle richieste di accoglienza. Sembra che, nell’immediato, l’editto abbia causato una sorta di panico tra le mamam creando una specie di fuggi fuggi generale: addirittura sembra che le ragazze ricevessero telefonate attraverso le quali venivano letteralmente “scaricate” dalle loro mamam.

Repentini e brevi come un terremoto, gli effetti dell’editto si sono rivelati fulminei e poco durevoli.

Infatti, sono state registrati numerosi casi in cui le vittime, seppure con un debito azzerato, erano state abbandonate a loro stesse. Per sopravvivere sono state costrette all’accattonaggio o hanno continuato a prostituirsi pur di riuscire a sopravvivere alle tragiche condizioni di vita in cui erano state lasciate.

Rispetto alle conseguenze dell’editto, in Nigeria, sebbene l’editto abbia avuto un impatto notevole tra le ragazze, sembra che i trafficanti abbiano cambiato la zona di reclutamento, passando dall’Edo al Delta State; per quanto riguarda l’Italia, le organizzazioni criminali si sono subito riassestate e hanno cominciato a delegittimare la forza dell’editto per convincere le ragazze a ripagare il debito e continuare a soggiogarle facendo girare voci che l’editto potesse essere “valido” solamente per le ragazze provenienti dalla zona di Benin City. E quindi oggi, a un anno di distanza, dell’editto di Edo non si parla più: il suo impatto è stato molto forte e repentino, ma dopo nel giro di pochi giorni è sfumato. E Rodolfo Mesaroli di CivicoZero Roma afferma come ancora a molte di queste ragazze venga fatto credere che il rito juju sia tuttora persistente.

Per quanto riguarda le modalità di sfruttamento perpetrate dalle organizzazioni criminali in Italia nei confronti delle giovani nigeriane, sebbene le intercettazioni delle unità di strada, come quelle rilevate dai nostri partner, siano molto alte, è stata registrata la percezione diffusa tra gli operatori e le operatrici che in realtà il numero di vittime sarebbe anche maggiore. Tale percezione non è dovuta tanto a causa della diminuzione nel numero di arrivi, ma piuttosto alla riconversione delle modalità di sfruttamento rispetto a quella outdoor, ovvero su strada.

I luoghi all’aperto non sono più gli stessi: non necessariamente oggi le ragazze sono sfruttate nelle “classiche” vie dedite alla prostituzione, nei c.d. “joint”, ovvero piazzole di sosta lungo le strade e le arterie principali, come quelle provinciali, ma stanno emergendo i luoghi cosiddetti del “giro walk”, ossia le fermate degli autobus o i parchi. Questi luoghi sono “meno visibili” e meno intercettabili dalle unità di strada. In alcuni casi, secondo quanto riferisce Gianfranco Della Valle, funzionario del Comune di Venezia e responsabile operativo del Numero Verde Anti-Tratta, all’interno dei “giro walk” vengono identificate anche ragazze minorenni.

Tale circostanza è strettamente legata alle modalità d’azione delle organizzazioni criminali, che tendono sempre meno a rischiare di mettere in strada ragazze giovani che potrebbero facilmente essere intercettate dagli operatori sociali o dalle Forze dell’Ordine. Per tale ragione, le organizzazioni criminali preferiscono provare a mascherare l’adescamento in luoghi meno conosciuti e visibili.
Oltre a cambiare le c.d. piazze, cambiano anche le età delle vittime. Cinzia Bragagnolo, funzionario del Comune di Venezia e membro del Comitato tecnico-scientifico del Numero Verde Anti-Tratta, riferisce che “se fino a qualche anno fa, quando pensavamo ai minori pensavamo a diciassettenni, oggi abbiamo trovato situazioni di tredicenni/quattordicenni quindi situazioni dove la fascia di età si è abbassata molto”.

Daniela Moretti, del Servizio anti-tratta Roxanne del Comune di Roma, ha anche sottolineato il sospetto, avallato dai racconti delle ragazze seguite, che le presenze di ragazze minorenni sul territorio italiano, siano occultate dai trafficanti, che ricorrono, ad esempio, alla prostituzione in luoghi chiusi anziché in strada, dove potrebbero essere invece più facilmente individuate e identificate. Del resto, il fenomeno dello sfruttamento indoor è in aumento anche tra le neo-maggiorenni e resta una modalità di sfruttamento che rende molto difficile l’intercettazione della vittima. In Piemonte, e nello specifico nell’astigiano, è stato segnalato Alberto Mossino di PIAM un aumento delle connection houses, ovvero case chiuse, ma aperte solo per uomini africani, in cui le ragazze possono affittare un posto letto il cui pagamento sarebbe garantito con i proventi derivanti dalla prostituzione.
Anche Andrea Morniroli di Dedalus ha riconosciuto come nella città di Napoli e provincia l’indoor rappresenti una modalità di sfruttamento assai diffusa e si stiano progressivamente sviluppando diverse connection houses.

L’identificazione indoor è piuttosto complessa.

Andrea Morniroli racconta come in questi casi si proceda via telefono. Inizialmente ci si finge clienti al fine di capire il tipo di prestazioni offerte e quale sia il livello di autonomia. Molto spesso, componendo lo stesso numero non si riesce a parlare con la stessa persona e “scopri che 3 persone hanno 15 numeri diversi e inizi a pensare che ci sia un’organizzazione alle spalle”. Dopodiché, gli operatori effettuano un’altra serie di chiamate, questa volta dichiarandosi operatori di strada. Offrono aiuto volto alla riduzione del danno, orientando le vittime ai servizi sul territorio.
Poi, se la dinamica che si è instaurata dopo diversi colloqui telefonici lo consente, iniziano a proporre la fuoriuscita. “Ma non c’è dubbio che l’indoor è molto complicato”.
Le operatrici dell’ente anti-tratta Congregazione Figlie della Carità San Vincenzo de Paoli sono della stessa opinione. “C’è anche il fenomeno dello sfruttamento indoor e un aumento della prostituzione su internet anche tramite video chiamate. (…) L’indoor blinda l’aggancio e la possibilità della fuoriuscita è veramente esigua”.
Attualmente, gli enti anti-tratta stanno studiando nuove strategie per poter intervenire efficacemente contro questa modalità di sfruttamento.

Peraltro, rispetto al passato, sono cambiate anche le modalità di aggancio da parte dell’organizzazione criminale, relative allo sfruttamento indoor, che non è più pubblicizzato attraverso i canali classici, ma avviene tramite nuove forme di contatto, come il passaparola all’interno della comunità nigeriana, oppure il messaggio via Whatsapp. In questi casi la ragazza che riceve il messaggio si reca nel luogo indicato, oppure direttamente in appartamento.
Rispetto alle altre modalità, assai frequente è la prostituzione all’interno dei locali: sempre più bar o punti di ritrovo della comunità nigeriana, in cui le giovani esercitano o comunque conoscono i potenziali clienti.


Purtroppo, le ragazze sono istruite dai trafficanti a dichiararsi maggiorenni all’arrivo in Europa: “la maggioranza dichiara di avere circa 20 anni, mentre in realtà ne avrà al massimo 16, mascherate da un trucco pesante e da dei documenti falsi”. Quando le ragazze si dichiarano maggiorenni, ma sono visibilmente minorenni, ciò dovrebbe ingenerare quel fondato dubbio che dovrebbe indurre l’operatore a richiedere un accertamento multidisciplinare dell’età. Di conseguenza finiscono per essere accolte in centri per adulti, dove più facile diventa il controllo degli sfruttatori e maggiori le possibilità di movimento e di azione delle ragazze.

La mancata pronta identificazione e un accertamento dell’età improprio rischiano di mettere a repentaglio la giovane che, dichiarandosi maggiorenne, viene facilmente agganciata dalla rete criminale. Ancora oggi, a due anni dall’approvazione della Legge 47/2017 e a cinque dall’approvazione del decreto legislativo di attuazione della Direttiva europea in materia di protezione delle vittime di tratta, la Conferenza Unificata Stato Regioni non ha licenziato il Protocollo per l’accertamento multidisciplinare dell’età.

Impostare i percorsi di accompagnamento all’autonomia:
Save the Children e le Vie d’Uscita


Negi ultimi due anni il nostro progetto Vie d’Uscita ha ridefinito i “percorsi di accompagnamento all’autonomia”, con i quali si intende mettere in evidenza il taglio dato ai programmi di inclusione e integrazione, incentrato sull’affiancamento costante della minore vittima di tratta durante l’intero programma.

Il progetto Vie d’Uscita, avviato a partire del 2012, realizza percorsi di autonomia grazie alla collaborazione dei partner: in Marche e Abruzzo con l’Associazione On the Road, in Veneto con Comunità dei Giovani Cooperativa Sociale e in Sardegna con Congregazione Figlie della Carità San Vincenzo de Paoli.

A partire dal 2019 saranno realizzati anche in Piemonte grazie al coinvolgimento di PIAM Onlus. Anzitutto sono previste attività laboratoriali informali, come la lavorazione della pasta, finalizzate alla realizzazione di percorsi di crescita personale e di acquisizione e potenziamento di competenze e capacità. Questi laboratori rappresentano anche un modo per gli operatori per scoprire le capacità pratico-manuali delle ragazze.

La fase di avvicinamento al mondo del lavoro passa anche attraverso attività di volontariato in negozi affiliati al progetto dove le ragazze possono sperimentarsi in un ambiente di lavoro per la prima volta.

La formazione professionale segue questo cammino fino a culminare con l’esperienza pratica in azienda. Ogni percorso può prendere strade diverse, non rettilinee. Spiega Lara Carosi, coordinatrice servizi al lavoro dell’Associazione On the Road, “non vi è mai un percorso d’inserimento uguale all’altro, poiché lo stesso dipende da diversi fattori: l’età, il vissuto e il percorso orientativo intrapreso dalla persona.

A tal fine si è inteso potenziare il lavoro di orientamento con la psicologa. Solo per fare un esempio: se una ragazza di 18 anni in fase di colloquio afferma di essere disponibile a svolgere qualsiasi tipo di lavoro, molto spesso cela una difficoltà a riconoscere le proprie attitudini e aspirazioni rendendo il percorso più complesso e dunque bisognoso di un orientamento costante (ex ante, in itinere ed ex post). La stessa giovane donna potrebbe allora dover intraprendere varie esperienze di tirocinio al fine di conoscere quante più realtà lavorative, che spesso le sono sconosciute in quanto rappresentano il primo impegno lavorativo.

Ecco allora che i percorsi di tirocinio diventano modulabili per contesti e durata: anche un’esperienza di solo un mese presso un’azienda può rendere chiaro alla donna ciò che sicuramente non vorrà fare nella vita. Dunque occorre intraprendere un passaggio inverso: tanto più la beneficiaria sarà disponibile ad intraprendere qualsiasi tipo di esperienza lavorativa, tanto più dovrà partecipare a esperienze formative in aula (corsi professionalizzanti e non) unitamente a colloqui orientativi, al fine di trovare la propria dimensione anche sperimentando più di un percorso di tirocinio”. I risultati del progetto Vie d’Uscita sono stati positivi su tutti i territori in termini di percorsi di inserimento lavorativo terminati con un contratto di lavoro o con un proseguimento del tirocinio. Nel 2018 con il progetto Vie d’Uscita abbiamo avvitato 32 percorsi di accompagnamento all’autonomia, di cui 31 riguardanti ragazze e 1 un ragazzo, tutti nigeriani neomaggiorenni.

Sophia è una e mille. Una delle tantissime ragazze di origine nigeriana che abbiamo aiutato insieme ai nostri partner nel percorso di fuoriuscita e di accompagnamento all’autonomia.
La sua è la storia di tutte quelle giovani che finiscono con l’inganno nelle maglie della rete criminale e intraprendono un viaggio dalla Nigeria all’Italia, subendo ripetutamente violenze e abusi, per poi finire nel circuito della prostituzione forzata nel nostro Paese.
Per tutte le vittime di tratta e di grave sfruttamento esiste però la possibilità di fuoriuscire dal sistema. Grazie all’assistenza e al supporto degli enti anti-tratta, le vittime emerse, che ottengono un permesso di soggiorno per protezione speciale, possono entrare in programmi di inclusione e di integrazione. Sophia è una di loro.

GUARDA IL VIDEO "E SE FOSSI SOPHIA"

Credits: Roberto Cavone per conto di Save the Children