Le equilibriste

La maternità in Italia 2022

Credit: Francesco Alesi per Save the Children

Credit: Francesco Alesi per Save the Children

La vita delle mamme in Italia è costellata di difficoltà. Ostacoli nell'inserimento nel mondo lavorativo, differenze retributive ed elevato divario di carichi di cura tra uomini e donne, precarietà contrattuale; e poi ancora un sistema di servizi che non supporta pienamente le famiglie nella conciliazione vita-lavoro: queste criticità fanno delle mamme, ancora oggi, delle vere equilibriste. A discapito di tutti: rinunciare alle competenze, al talento e alle energie delle donne e delle mamme significa non investire nello sviluppo del Paese. Ma è anche una questione di diritti: le scelte professionali delle donne che decidono di diventare madri incidono sul loro futuro non solo professionale ma anche economico, sulla loro autonomia e indipendenza, sulle loro opportunità future.









La denatalità in Italia

Credit: Francesca Leonardi per Save the Children

Credit: Francesca Leonardi per Save the Children

Il 2021, secondo le stime provvisorie Istat, segna un nuovo record negativo delle nascite, che calano al di sotto della soglia delle 400 mila (399.431), in diminuzione dell’1,3% sul 2020 e di quasi il 31% rispetto al 2008, quando le nascite toccarono la cifra di 576.659. La questione non è solo demografica: un Paese con le culle vuote è un Paese che invecchia e che in prospettiva dovrà fare i conti con una ridotta popolazione in età lavorativa con conseguenze rilevanti in termini di welfare e di tenuta sociale.
Il calo delle nascite, che ormai si protrae da anni in Italia, ha comportato anche la diminuzione, nel tempo, del numero di donne in età fertile; questo significa che, numericamente, diminuiscono le potenziali madri.
Nel tempo aumenta la quota di donne senza figli, mentre diminuisce quella di donne con due o più figli.

Credit: Francesca Leonardi per Save the Children

Credit: Francesca Leonardi per Save the Children





Il lavoro delle donne

Credit: Francesco Alesi per Save the Children

Credit: Francesco Alesi per Save the Children

Secondo le prime stime Istat relative all’occupazione 2021, per la fascia 15-64 anni, dopo il forte calo registrato nel 2020, dovuto agli effetti della pandemia (- 724 mila, - 3,1% rispetto al 2019), “in media nel 2021 l’occupazione torna a crescere di 169 mila unità (+ 0,8% rispetto al 2020) e si associa al lieve aumento della disoccupazione e al forte calo del numero di inattivi”. Ma se analizziamo i dati per genere, si nota un divario tra uomini e donne. L'occupazione femminile risulta tuttora sensibilmente penalizzata dalla difficile conciliazione tra i tempi di vita e quelli di lavoro e dall’elevato divario di genere in termini di lavoro domestico-familiare non retribuito. Gli effetti negativi della pandemia hanno reso ancor più estrema una situazione già poco equilibrata in partenza.

Shecession e Momcession

Le donne, a differenza degli uomini, scontano ancora un notevole svantaggio quando, nei loro orizzonti di vita, prende corpo la maternità. E questo avviene non solo sul versante occupazionale, ma anche su quello retributivo.

Molte indagini, a livello nazionale ed internazionale, hanno sottolineato come le conseguenze della recessione causata dal Covid abbiano colpito soprattutto il versante femminile della popolazione, tanto da etichettarla come “shecession” a causa degli impatti economici sproporzionatamente negativi per le donne rispetto agli uomini. E tale situazione è particolarmente accentuata per le mamme, che durante la pandemia si sono fatte maggior carico del lavoro di cura nei periodi di chiusura delle scuole e delle strutture per l'infanzia.
Pur con le differenze tra Paese a Paese, in media le stime internazionali indicano che le ore lavorate e i tassi di occupazione femminili sono diminuiti a un ritmo maggiore rispetto a quelli maschili.

Secondo il sondaggio "Risk that matter" dell'OCSE, che nel 2020 ha coinvolto 25 mila intervistati e intervistate in 25 differenti Paesi, il 61,5% delle madri di figli minori di 12 anni afferma di aver assunto la maggior parte (o addirittura la totalità) del lavoro extra di cura, a fronte del 22,4% dei padri. Inoltre, le madri (di figli minori di 12 anni) erano il gruppo nel quale si registrava una maggiore probabilità di passare dallo status di occupata a quello di non occupata. I divari di genere nel lavoro di cura (non retribuito) in famiglia erano in media maggiori quando i padri continuavano a lavorare mentre le madri no: il 76,9% delle madri non occupate (con partner occupato) ha affermato di aver assunto su di sé la maggior parte (o la totalità) del lavoro di cura aggiuntivo; questo rapporto, però, non era riequilibrato nella stessa misura nei casi in cui era il padre a non lavorare, mentre la madre continuava a farlo: solo il 24,5% dei padri ha dichiarato di essersi assunto la maggior parte (o totalità) del lavoro di cura aggiuntivo non retribuito.

Lavoratrici precarie e in part time

Secondo il Gender Policies Report dell’INAPP, la ripresa occupazionale del 2021, letta attraverso i dati Inps sui nuovi contratti attivati nel primo semestre 2021, presenta profonde differenze di genere. Sul totale dei contratti attivati (3,322 milioni), oltre uno su tre (il 35,7%, oltre un milione 187 mila) è part time. Secondo i dati diffusi dall’Istat, nel 2021, su un totale di 22,5 milioni di occupati totali, quelli a tempo ridotto erano il 18,6% (poco meno di 4,2 milioni). Ma se si guarda alla disaggregazione per genere, a lavorare in regime di tempo parziale è meno di un uomo su dieci a fronte di circa una donna su tre: su un totale di circa 13 milioni di lavoratori uomini, a lavorare in part time era il 9,1%, pari a circa 1,2 milioni di uomini, mentre su 9,5 milioni di lavoratrici il lavoro a tempo parziale riguardava circa una donna su tre, il 31,6% (pari a 3 milioni). Secondo il Bilancio di genere della Ragioneria generale dello Stato (che fa riferimento ai dati 2020), “la maggiore diffusione del lavoro a tempo parziale ha contribuito in maniera rilevante alla crescita dell’occupazione femminile". Tuttavia, ci sono anche risvolti meno positivi da tenere in considerazione: i lavoratori e le lavoratrici part time beneficiano di un minore introito economico e rischiano di essere impiegati in mansioni di minor profilo, di avere meno opportunità formative e di carriera e una maggiore precarietà nella posizione lavorativa. Nel lungo periodo, il tempo parziale è un fattore che incide sulla posizione reddituale e pensionistica delle lavoratrici.

Sono soprattutto le madri di figli minorenni a lavorare a tempo parziale.

L'istruzione premia?

Il titolo di studio è un fattore protettivo dal rischio di non essere occupati, anche tra i genitori di figli minorenni, soprattutto le madri.
Le donne da tempo costituiscono oltre la metà dei laureati in Italia e, in media, hanno curricula più brillanti rispetto a quelli maschili, con migliori performance negli studi e più ricchi di esperienze formative rilevanti per migliorare le chance occupazionali dopo il conseguimento del titolo.
Eppure, secondo dati del Consorzio interuniversitario Almalaurea, a 5 anni dalla laurea, le laureate presentano un tasso di occupazione inferiore a quello maschile. Oltre a questo, lo svantaggio femminile viene rilevato anche in termini retributivi: a 5 anni dalla laurea, infatti, gli uomini guadagnano, in media, circa il 20% in più. Le donne, inoltre, lavorano in misura relativamente maggiore con contratti non standard, come quelli a termine.

La presenza di figli, inoltre, aumenta notevolmente il divario di genere in termini di tasso di occupazione e vede le donne ancor più penalizzate, verosimilmente in ragione della tenera età dei figli. Le differenze di genere si confermano anche sul versante retributivo: a 5 anni dal conseguimento del titolo di studio terziario, “gli uomini percepiscono retribuzioni più elevate rispetto alle donne sia considerando gli occupati senza figli (+ 17,5% tra i laureati di I livello e + 17,6% tra quelli di II livello), sia, soprattutto, tra quanti hanno figli (+ 35,4% e +32%, rispettivamente)”.


Le dimissioni volontarie delle mamme lavoratrici

L’Ispettorato Nazionale del Lavoro ha pubblicato, anche per il 2020, la relazione annuale sulle convalide delle dimissioni delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri.

Per quanto attiene ai dati sulle dimissioni volontarie e risoluzioni dei rapporti di lavoro di lavoratrici madri e lavoratori padri (di bambini/e di 0-3 anni), le convalide nel 2020 hanno riguardato complessivamente 42.377 persone, di cui 32.812 (il 77,4%) si riferiscono a madri e 9.565 (22,6%) a padri. La maggior parte dei provvedimenti, 40.021 (il 94%) ha interessato le dimissioni volontarie (per la parte restante, 1.595 erano le risoluzioni per giusta causa e 761 quelle consensuali). Le lavoratrici madri rappresentano il 77,2% (30.911) del complesso delle dimissioni volontarie, a fronte delle 9.110 dei padri.
Sul complesso delle 50.616 motivazioni indicate nelle convalide, quella più frequentemente segnalata continua ad essere la difficoltà di conciliazione della vita professionale con le esigenze di cura dei figli, sia per ragioni legate alla disponibilità dei servizi di cura (quasi il 38% del totale delle motivazioni indicate, in valore assoluto 19.064), che per ragioni di carattere organizzativo correlate al contesto professionale dei genitori (20%, in valore assoluto 10.191).

Sulle oltre 19 mila segnalazioni di difficoltà di conciliazione per motivazioni legate ai servizi di cura, il 98% proviene da donne, mentre sulle oltre 10 mila segnalazioni di difficoltà per motivazioni legate all’organizzazione del lavoro, la quota al femminile si attesta al 96%. Per gli uomini, la motivazione di gran lunga prevalente è il passaggio ad altra azienda.

"Dignità è non dover essere costrette a scegliere tra lavoro e maternità."
Discorso di insediamento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, 3 febbraio 2022

Credit: Francesco Alesi per Save the Children

Credit: Francesco Alesi per Save the Children

Alessandra, mamma freelance
“Il vantaggio di una mamma che lavora con partita IVA è che ha una maggiore flessibilità. Io riesco, infatti, a gestire i giorni, gli orari in modo più semplice rispetto alle esigenze della famiglia e ad eventi imprevisti come la malattia dei bambini, per esempio. Lo svantaggio è che ci sono poche tutele e che di fatto la mamma freelance lavora sempre perché, anche se percepisce un indennizzo economico per la maternità, decide spesso di lavorare comunque per non perdere i clienti che possono decidere di rivolgersi ad altri freelance in quelle pause. L’ultima email di lavoro prima di partorire, per esempio, l’ho mandata quando mi si sono rotte le acque. Quindi, in totale, dalla nascita dei miei figli io mi sono fermata soltanto una settimana.Un altro svantaggio del lavorare da freelance è quello di essere ‘la vittima sacrificale’ della famiglia: quando accade un evento imprevisto come la scuola che risulta inagibile oppure i bambini che si ammalano, sono sempre io a dovermi adeguare perché tanto ‘la mamma sta a casa’. Peccato che la mamma, è vero che sta a casa, ma sta comunque lavorando”.

Credit: Francesca Leonardi per Save the Children

Credit: Francesca Leonardi per Save the Children

Rita, licenziata per via della maternità
“Quando ho scoperto che ero incinta, sono uscita con una tale gioia che l’ho detto subito anche al mio datore di lavoro: c’era un rapporto di amicizia tra noi quindi ero contenta di condividere con lui la notizia. Inizialmente sembrava averla presa bene ma dopo una settimana lo scenario è cambiato radicalmente. Infatti, alla prima ecografia, il ginecologo si è accorto subito che qualcosa non andava e mi ha detto di stare a riposo oppure di lavorare da seduta. Nei miei compiti in pizzeria c’era anche quello di stare alla cassa, non solo in sala, quindi io ho chiesto al mio datore di lavoro se poteva aiutarmi in questo, sicura della sua comprensione. Ma lui ha risposto che me ne potevo andare subito perché gli serviva una persona che facesse tutto e che potesse stare in piedi anche tutto il giorno. Ho cominciato a cercare lavoro ma con una bambina e a 33 anni ho trovato tutte le porte chiuse: nonostante la laurea, la mia formazione, i miei corsi, nulla. Ho affrontato 2-3 colloqui seri, mi dicevano: <Nel caso in cui il nido di tua figlia fosse chiuso per allerta meteo a chi la lasceresti? A lavoro non la puoi portare, la puoi lasciare a qualche nonno?> Siccome io rispondevo di no, mi dicevano <Allora non puoi lavorare con noi>.”

Credit: Francesco Alesi per Save the Children

Credit: Francesco Alesi per Save the Children

Cristina, una mamma all'università
“Quando non mi hanno rinnovato il contratto ho fatto un bilancio e mi sono un po’ amareggiata perché una persona che fa un percorso accademico e lavorativo, che svolge diversi lavori, ad un certo punto vuole i frutti di questo impegno. Mi sono sentita un po’ messa da parte e ho cominciato a sentire una mancanza, avendo rinunciato ad alcuni sogni per creare una famiglia. Ho fatto pensieri del tipo ‘e se avessi’, ‘se fossi’… Il problema era sempre la mia età anagrafica e il tema della conciliazione lavoro-impegni familiari”. Oggi Cristina ha iniziato nuovamente a studiare per prendere la laurea magistrale in storia dell’arte, suo grande desiderio da anni. Spera che questo tempo sarà ripagato quando, terminati gli studi, ricomincerà a lavorare.

Credit: Francesco Alesi per Save the Children

Credit: Francesco Alesi per Save the Children

Ilaria, rinunciare al lavoro
“Avevo trovato lavoro in una mensa, riuscivo ad accompagnare i miei figli a scuola la mattina ma non a riprenderli nel pomeriggio. A volte dovevo fare turni serali e anche nel weekend. Ci ho provato ma stavo perdendo i miei figli. Non potevo accompagnarli a fare terapia o sport, aiutarli nei compiti e, quando tornavo la sera a casa, si respirava uno stato di agitazione da parte dei bambini, tentavano di attirare l’attenzione che durante il giorno non riuscivano ad avere. In quella circostanza ho dovuto rinunciare al lavoro.” “Affidarsi ad una baby sitter significa usare lo stipendio per pagarla perché poi gli stipendi di una donna spesso non sono così alti. Inoltre, nel mio caso non tutte le attività di cura dei figli sono delegabili ad una baby sitter”.

Cosa dicono le mamme

"Vorrei essere serena come mamma e come donna ritrovando lavoro e un equilibrio economico perché per me avere un impiego è importante per sentirmi realizzata".

"Vorrei essere serena come mamma e come donna ritrovando lavoro e un equilibrio economico perché per me avere un impiego è importante per sentirmi realizzata".

"Cercavo lavoro non tanto per una esigenza economica ma soprattutto per una soddisfazione personale, per sentirmi ancora parte di una società, non solo una mamma”.










I servizi educativi alla prima infanzia

Credit: Francesca Leonardi per Save the Children

Credit: Francesca Leonardi per Save the Children

I dati dell'Istat sul numero di bambini che frequentano l’asilo nido o un servizio integrativo (finanziati dai Comuni) per l’anno educativo 2019-2020 - quindi prima della pandemia - ci dicono che quasi 200 mila bambini (il 14,7% del totale degli utenti 0-2 anni) hanno frequentato un servizio 0-3 anni, così suddivisi: 90 mila in nidi comunali, 50 mila in nidi comunali affidati a terzi, 25 mila in nidi privati convenzionati con i Comuni, il resto in servizi per cui le famiglie hanno ricevuto un contributo. I Comuni hanno speso 1,2 miliardi complessivamente e le famiglie hanno versato rette per 280 milioni, potendo però beneficiare del bonus asilo nido, introdotto nel 2017 e via via innalzato nel 2020 fino a 3000 euro annui per bambino a seconda dell’ISEE. Solo un bimbo sotto i 3 anni su 7 frequenta un asilo nido o servizio integrativo o sezione Primavera finanziato dai Comuni.
Le disparità nell’offerta di servizi da parte dei Comuni e della presa in carico alla vigilia della pandemia erano comunque enormi. Per questo il riequilibrio territoriale è divenuto una priorità anche nel riparto delle risorse destinate a questi servizi, ma sappiamo anche che in molti territori è necessario un forte cambiamento culturale affinché madri e bambini possano realmente esercitare i propri diritti e usufruire di asili nido, sostegno genitoriale, servizi socio-sanitari adeguati e un ambiente favorevole alla crescita dei piccoli e alla possibilità di lavorare e svolgere una vita attiva per i genitori.

In questo ultimo anno, sono stati compiuti molti progressi per rafforzare e sviluppare la rete dei servizi socio-educativi per la prima infanzia e il sistema integrato zerosei (ex Dlgs 65/2017), il più importante dei quali è rappresentato dalla indicazione di un Livello Essenziale delle Prestazioni (LEP) da raggiungere gradualmente da qui al 2027, in base a cui almeno 33 bambini di 0-2 anni su 100 dovranno frequentare un asilo nido o un servizio integrativo in ciascun territorio, ossia al livello di Comune o ambito territoriale, pubblico o privato accreditato.

Le risorse appostate a questo fine sono di 20 milioni per il 2022, 25 milioni per il 2023, 30 milioni per il 2024, 50 milioni per il 2025, 150 per il 2026 e 800 milioni dal 2027 (con i fondi già allocati nella Legge di Bilancio 2021, per il 2022 sono disponibili 120 milioni, che cresceranno fino a 450 mln per il 2026 e a 1,1 miliardi di euro annui a decorrere dal 2027), e il graduale aumento di fondi dovrebbe andare di pari passo con il graduale aumento dei posti disponibili, per cui sono stati stabiliti anche degli obiettivi di servizio intermedi che porteranno la copertura fino al 33%.

Credit: Francesca Leonardi per Save the Children

Credit: Francesca Leonardi per Save the Children

Save the Children per bambine e bambini tra zero e sei anni

Save the Children attraverso i suoi programmi dedicati all’area materno infantile e rivolti ai bambini e alle bambine tra 0 e 6 anni, agisce, fin dalla gravidanza, per sostenere le situazioni più critiche e poter tutelare i diritti delle bambine e dei bambini e promuovere il loro benessere, con l’obiettivo di non lasciarne indietro nessuno.

Scopri i nostri progetti:

Partorire durante la pandemia
“Era da anni che io e mio marito speravamo di avere un figlio. Poi quando abbiamo saputo che erano tre siamo rimasti senza fiato. Ero incinta da tre mesi, quando è iniziata la pandemia; quindi, da quel momento sono sempre rimasta a casa: a quei tempi il Covid era così serio che c’erano file anche per fare la spesa. Anche il medico mi ha consigliato di mettermi al riposo e di uscire il meno possibile. Io ho cominciato ad avere paura. Quando sono nati, sono stati un mese in ospedale in incubatrice. Poi quando siamo tornati tutti a casa, io e mio marito ci siamo resi conto che non sarebbe stato facile, noi qui in Italia non abbiamo la famiglia, non abbiamo nessuno che ci aiuti. Il momento del parto è stato bellissimo, sono stata trattata molto bene, avevo tanti operatori sanitari intorno a me: chi mi ha preso per una mano, chi mi ha preso per l’altra, poi mi hanno fatto un video dove cantavamo tutti insieme. Prima di tornare a casa un’infermiera mi ha dato il contatto del progetto Fiocchi in Ospedale, [ho preso] un appuntamento per il giorno dopo […]. Mi hanno aiutato con i pannolini, con i vestiti, con le cose da mangiare, a volte anche a pagare l’affitto. Mio marito ha perso il lavoro e io è da due anni che non ho un impiego. Mi hanno aiutata anche nell’iscrizione dei bambini al nido e mi guidano in tutte le procedure molto complicate. Oggi i miei bambini vanno a scuola insieme, sono state grandiose”. Ester*, mamma a Roma *Il nome è di fantasia, per proteggere l’identità del nucleo familiare.

Una mamma con il suo bambino in attesa della visita pediatrica all'ospedale, qualche giorno dopo la nascita. Credit: Francesca Leonardi per Save the Children

Una mamma con il suo bambino in attesa della visita pediatrica all'ospedale, qualche giorno dopo la nascita. Credit: Francesca Leonardi per Save the Children

Politiche, fondi e misure a sostegno della genitorialità

Credit: Francesco Alesi per Save the Children

Credit: Francesco Alesi per Save the Children

Solo misure efficaci, organiche e ben mirate possono far progredire nel riequilibrio dei carichi familiari all'interno delle coppie, creare un sistema di protezione sociale incisivo sull'occupazione femminile e la natalità.
Le politiche e gli interventi per creare un ambiente più favorevole alle famiglie con bambini sono molte e coinvolgono molti settori dell’intervento pubblico, su vari livelli di governo; quindi, se non seguono una strategia organica possono rivelarsi inefficaci. Dal sostegno al reddito, alla protezione/prevenzione contro i rischi socio-sanitari, alle politiche fiscali, all’offerta di un’infrastruttura di servizi, alla qualità del sistema scolastico, alle misure di conciliazione, tutto influisce sul benessere del nucleo familiare (e anche sul tasso di fertilità). 

Una vera rivoluzione nel nostro Paese è rappresentata dal così detto Assegno Unico Universale (in vigore da marzo 2022): un passo avanti sia dal punto di vista del riconoscimento di un sostegno economico a tutti i bambini e adolescenti, indipendentemente dalla condizione lavorativa dei genitori (lavoratori e non, dipendenti, autonomi, disoccupati, precari, inattivi, ecc.) sia dal punto di vista della razionalizzazione delle diverse misure di sostegno ai genitori che l’Assegno Unico ha assorbito in un’unica semplice misura. Una misura che in parte corregge la squilibrata scala di equivalenza del Reddito di Cittadinanza (RdC), poco generosa con i minorenni e le famiglie numerose: l’assegno unico ora sostituirà la componente di beneficio percepita per i figli minorenni, facendo così aumentare la somma percepita dalle famiglie beneficiarie di RdC con figli, soprattutto con tre o più figli.
Molte altre politiche e interventi sono raccolti nelle “Deleghe al Governo per il sostegno e la valorizzazione della famiglia”. Adottare in tempi brevi anche i decreti attuativi che questo provvedimento necessità sarà importante per una effettiva implementazione delle misure volte a sostenere la genitorialità e la funzione sociale ed educativa delle famiglie, contrastare la denatalità, valorizzare la crescita armoniosa e inclusiva di bambine, bambini e giovani, sostenere l'indipendenza e l'autonomia finanziaria e favorire la conciliazione della vita familiare e quella lavorativa.

Cosa pensano le mamme?

"Sarebbe utile che la scuola fosse aperta fino alle 18, avere dei centri estivi economicamente più accessibili e degli spazi di comunità e di integrazione per bambini, così che socializzino tra di loro mentre la mamma finisce di lavorare sapendo che i loro figli stanno bene”.

"Aiuterebbe se il Governo desse degli incentivi alle aziende, o degli sgravi fiscali, per favorire la riassunzione delle mamme over 30 che potrebbero così tornare a lavorare”.

"Sarebbe importante che lo Stato supportasse economicamente le famiglie, come nucleo organizzativo, permettendo loro di usufruire di supporti e servizi non a pagamento per chi non può contare sui nonni, per esempio, o per chi non può permettersi la spesa di una baby sitter".

Il Mother's Index

Save the Children Italia, sulla scia dell’esperienza del Mother’s Index International proposto da Save the Children USA, ha deciso di misurare un fenomeno multidimensionale e complesso quale quello della condizione delle mamme in Italia, utilizzando un indice composito. L’indice è il frutto della collaborazione con l’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) che ci ha consentito di sintetizzare indicatori elementari, al livello territoriale regionale, utilizzando l’Adjusted Mazziotta Pareto Index (AMPI) (Mazziotta e Pareto, 2016; Mazziotta e Pareto, 2020), ossia la metodologia già applicata per la misurazione del Benessere Equo e Sostenibile (BES) dell’Istat e da numerose organizzazioni internazionali.
Il valore del Mother’s Index, pari a 100 per l’Italia nel 2018, primo anno della serie storica considerata, rappresenta il termine di riferimento rispetto al quale cogliere una condizione socioeconomica più favorevole per le donne, in caso di valori superiori ad esso, o al contrario condizioni meno vantaggiose quando il valore si attesti su livelli inferiori a 100. Il valore dell’indice composito per l’Italia ha un andamento altalenante nel tempo: è aumentato nel 2019 (101,615) e poi diminuito nel 2020 (100,120) quasi fino al livello base, mentre si attesta a circa 102 (101,911) nel 2021, mostrando un considerevole miglioramento della situazione.
Dai risultati ottenuti, che danno conto dei profondi e persistenti divari esistenti nel nostro Paese, è possibile trarre indicazioni utili per rilevare e contrastare le disuguaglianze tuttora esistenti e contribuire ad individuare quegli obiettivi prioritari che le istituzioni, ad ogni livello, dovrebbero porsi per garantire un concreto sostegno alla genitorialità.