La "scuola bianca" e la solidarietà. Racconto da Amatrice che prova a ricominciare

Pubblichiamo la testimonianza di Danilo, membro del nostro staff, tornato pochi giorni fa da Amatrice: un racconto sulla forza della solidarietà, la resilienza dei bambini e la volontà di ricominciare che fanno da contraltare alla disperazione della perdita. 

La partenza

Sono arrivato ad Amatrice il giorno dopo il terremoto. Non ero mai stato in un luogo appena colpito da un evento così devastante, per cui, prima di partire, dentro di me montava una certa ansia. Ai miei genitori ho preferito non dire nulla: li avrei avvisati una volta sul posto, quando avrei preso la giusta confidenza con la nuova situazione. In passato sono stato nei campi di sfollati e rifugiati in Burundi, Ruanda e RD Congo, ho vissuto in zone toccate dalla guerra civile. Eppure, il terremoto – mi rendevo conto – mi incuteva un timore sconosciuto e l’idea di recarmi in un posto dove tutto è andato distrutto, dove tanta gente aveva già perso la vita sotto le macerie e dove la terra continuava a tremare mi metteva a disagio.
 
Arrivati nei pressi di Amatrice, le forze dell’ordine ci hanno detto che non potevamo proseguire oltre con la nostra auto – in quel momento ero con tre colleghi di Save the Children e dovevamo raggiungere il resto del team che si trovava già sul campo. Siamo saliti su una navetta, che accoglieva anche i giornalisti, e abbiamo fatto un altro pezzo di strada. La navetta si è fermata e da lì abbiamo usufruito della gentilezza di uno dei tanti volontari che ci ha fatto salire a bordo del suo pullmino pieno di aiuti con cui siamo arrivati nel cuore di Amatrice.

 

L'arrivo ad Amatrice

Fino a quel momento il terremoto lo avevo visto solo in televisione. Ma man mano che ci avvicinavamo i segni della devastazione si facevano sempre più evidenti, sempre più eloquenti. Un’auto completamente sfondata da massi pesanti, una casa i cui balconi erano completamente crollati, una casa di riposo gialla con crepe enormi sulle mura esterne e una parte di edificio che era venuta via. Pochi minuti dopo siamo arrivati nel centro di Amatrice, poco prima della zona rossa. Da lì, in lontananza, si scorgeva il campanile, quello che ancora segna le 3.38 di quella notte maledetta. Sotto, quello che un tempo era il corso di Amatrice. Ero stato in questa graziosa cittadina montuosa, al confine estremo del Lazio, due anni fa per un matrimonio. Fu una giornata stupenda, una festa stupenda. Ora davanti ai miei occhi vedevo solo distruzione. Solo macerie e polvere.
 
Il cielo era di un azzurro splendente. Il sole alto a illuminare le montagne. Colori forti che stridevano con le case crollate, con le macerie, con gli occhi pieni di lacrime dei sopravvissuti. Continuavano a sentirsi scosse e ogni volta che ce n’era una gli abitanti di Amatrice si stringevano come in un abbraccio comune, spaventati da quelle scosse fortissime che la notte prima avevano raso al suolo tutto ciò che hanno potuto.

 

La "scuola bianca"

Nel pomeriggio il team di Save the Children ha messo su lo Spazio a Misura di Bambino, un luogo sicuro e protetto dove i bambini avrebbero potuto giocare, disegnare, svolgere attività ricreative. Un luogo dove avrebbero potuto ritrovare un minimo di normalità, all’interno di una delle tendopoli della Protezione Civile che ospitava almeno 240 sfollati. E così, dalla mattina successiva, la “scuola bianca” di Save the Children, come la chiamavano i bambini dal colore della tenda, ha aperto i battenti. Lavoro in Save the Children da poco e non avevo ancora avuto modo di vederne il lavoro sul campo, in particolare in un contesto di emergenza. Dai logisti al team emergenze, dalle educatrici agli educatori, avevo davanti ai miei occhi ragazze e ragazzi che si spendevano sino all’ultima goccia di energia pur di portare un po’ di sollievo ai bambini colpiti dal terremoto, pur di permettere loro di continuare a vivere da “bambini” in un contesto tanto scioccante e delicato.
 
Si trattava di bimbi che improvvisamente, nel pieno della notte, avevano dovuto abbandonare la propria abitazione, che avevano perso amici e parenti e, in alcuni casi, anche i genitori. Bambini che ora vivevano in una tenda, che non avevano più una cameretta, i loro giocattoli, che davanti ai loro occhi continuavano a vedere macerie e distruzione.

 

Ricominciare, la quotidianità dopo il terremoto

Eppure i bambini – me ne rendevo conto osservandoli – hanno una fortissima capacità di resilienza e nello spazio di Save the Children, pur spaesati e consapevoli del terremoto, giocavano, cantavano, socializzavano tra loro e si mostravano prontissimi a ritornare alla vita di prima e a ricominciare. Mi rendevo conto, in quel momento, quanto fosse importante dare loro un punto di riferimento.
 
E poi c’erano i loro genitori, che accompagnavano i bimbi nel nostro spazio, con il sorriso sulle labbra, e si allontanavano più leggeri, sapendo che anche loro avrebbero così potuto vivere qualche momento di distensione, visto che i loro piccoli erano al sicuro, giocavano e si divertivano. Un pomeriggio, quando è venuta a prendere la sua figlioletta, una mamma mi ha detto che era così felice di vedere che la sua bimba giocava, disegnava e stava con gli altri bambini perché altrimenti sarebbe stata nella polvere della tendopoli o al chiuso della tenda in cui vivevano e in cui per chissà quanto ancora dovranno vivere.
 
Tutt’attorno, dentro e fuori dalla tendopoli, il lavoro instancabile dei volontari e delle volontarie della Protezione civile, il sudore dei soccorritori, dei vigili del fuoco e di tutte le forze dell’ordine, l’impegno delle ONG e di tutti coloro che sono venuti nei luoghi colpiti del terremoto per portare il loro contributo. Arrivavano di continuo pacchi di giocattoli, colori, quaderni. Abbracci, parole sincere di consolazione e di speranza. Il volto più bello dell’Italia: quella solidarietà che faceva da contraltare alla disperazione, alle lacrime e alla devastazione.
 
Una sera, durante la cena alla mensa nella tendopoli, una ragazzina confida alla madre che da quel momento avrebbe dovuto cambiare le proprie abitudini alimentari. Lei, che fino a due giorni prima non era abituata a mangiare la pasta la sera, ora doveva iniziare a farlo, perché a cena a mensa veniva servita la pasta. “Pazienza”, diceva la ragazza facendo seguire una bella e sincera risata.
 
Anche questa è la quotidianità tra gli sfollati della tendopoli di Amatrice. Così come un bimbo di cinque anni al quale, il pomeriggio del sabato successivo al sisma, gli uomini della Protezione civile consegnano la gabbietta con all’interno il suo piccolo coniglietto Trilli. Trilli, il pelo bianco e nero, è rimasto sotto le macerie per quattro giorni ed è ancora tutto tremante. Il suo piccolo padrone non ci vede più dalla gioia: ha ritrovato un pezzo importante della sua vita di prima e ora non vede l’ora di nutrirlo e di coccolarlo. La gioia del piccolo si propaga tra gli altri bimbi e gli altri abitanti del campo: dalle macerie può nascere la speranza, dalle lacrime versate per la perdita dei propri cari e delle proprie case sorgerà una rinnovata voglia di vivere e di andare avanti.
 
Una volta rientrato a casa, a Roma, mi chiedevo cosa ci facessi lì: volevo ritornare ad Amatrice, tra quei bambini, quei genitori e quei nonni che ora, dopo che le lacrime si saranno asciugate, vogliono solo ricominciare.

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