Mettere fine all'oppressione delle comunità e dei bambini Rohingya in Myanmar

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Nei giorni in cui ricorre l'anniversario dell'inizio della tragedia del popolo Rohingya, pubblichiamo la testimonianza di Filippo Ungaro, che un anno e mezzo fa ha visto di persona quello che migliaia di famigle stanno vivendo nei campi profughi in Bangladesh e che oggi riporta l'attenzione su chi non è riuscito a lasciare il Paese e vive ancora in Myanmar, in campi che di fatto sono dei veri e propri luoghi di detenzione per i Rohingya.

Sono passati due anni dall’orribile agosto 2017, quando, ora dopo ora, in pochissimi giorni, 740.000  Rohingya, per la metà bambini, sono stati costretti a fuggire dal paese in cui erano nati, il Myanmar, per sottrarsi, almeno fisicamente, alla selvaggia campagna di violenza lanciata dai Tamadaw, dalla Guardia di Frontiera e dalle milizie in risposta agli attacchi dell’Arakan Rohingya Salvation Army. Hanno raggiunto il Bangladesh, spesso schivando le pallottole nel tentativo di attraversare su zattere improvvisate il Naf River che scorre sul confine, ma in migliaia sono stati uccisi nei villaggi prima di partire o lungo il percorso, compresi centinaia di bambini inermi, in molti casi con una brutalità inimmaginabile, la stessa usata con le donne e le ragazze che sono state violentate.  

Il calendario del mondo smarca questa data con lo sguardo rivolto, per consuetudine, a quel milione di rifugiati raccolti nei campi profughi di Cox’s Bazar, ma per i 600.000 che sono invece rimasti in Myanmar c’è solo l’oblio. La maggior parte di loro è confinata in campi che di fatto sono luoghi di detenzione, nel cuore dello stato del Rakhine, o sopravvivono accalcati in villaggi semidistrutti poco più a nord. Sono costretti ad arrangiarsi per vivere nella precarietà assoluta, derubati della cittadinanza nel paese dove sono nati, senza accesso alle minime risorse, ad un’educazione adeguata o all’assistenza sanitaria, e senza la libertà di potersi muovere.   

È un intento comprensibile quello dei media di tutto il mondo, che da Cox’s Bazar provano a raccontare la disperazione di chi vive in rifugi di fortuna e solo grazie alla distribuzione degli aiuti. Io che sono stato lì e ho visto i nostri programmi di nutrizione, salute, educazione e protezione attivi sin dall’inizio grazie al contributo tempestivo e continuativo dei sostenitori di Save the Children, ho visto con i miei occhi nello sguardo dei 500.000 bambini che affollano i campi il peso di sentirsi in trappola, senza alcun futuro in Bangladesh e l’impossibilità di tornare ad essere bambini a casa, in Myanmar. “Lasciamo passare i giorni e basta, non c’è più alcuna gioia di vivere. Se ci penso la testa inizia a girarmi da impazzire” ci racconta un bambino. 

Ma l’attenzione del mondo oggi non può e non deve dimenticare chi è rimasto nel Rakhine, dove, ad esempio nel nord, i Rohingya sono di fatto confinati nei loro villaggi da una fitta rete di leggi e dalle disposizioni delle autorità locali, condizionati dal coprifuoco e dalla paura di molestie, percosse o peggio da parte dei soldati, della polizia o delle milizie.

In una orrenda classifica che mai vorremmo fare, ancora più disperati sono probabilmente i 128.000 Rohingya, più della metà bambini, che nel cuore del Rakhine sono confinati dal 2012 in campi che di fatto sono campi di detenzione, sotto il flagello delle inondazioni, circondati e isolati dai checkpoint, sotto il controllo dei Comitati di Gestione che controllano ogni aspetto della vita quotidiana, e in condizioni di totale dipendenza dalla distribuzione degli aiuti.   

Li incontriamo più volte in quei luoghi che sono ciò che di più orribile ci sia per poter crescere i bambini tra tutti quelli che abbiamo visto in anni di lavoro umanitario. Intere famiglie stipate in una sola stanza dentro una capanna dove ci starebbe solo una famiglia di cinque persone, con intorno un mare di fango e una fila sterminata di latrine. I bambini studiano solo per alcune ore al giorno come possono, con insegnanti volontari, e se hai bisogno di cure mediche aspetti per giorni prima di ottenere il permesso e pagare una costosa scorta armata per raggiungere il Sittwe General Hospital, dove i Rohingya, però, sono anche confinati in un reparto con le finestre sbarrate.

Save the Children è presente con i suoi interventi anche nel Rakhine, ma mettere fine all’oppressione delle comunità e dei bambini Rohingya nello Stato di Rakhine è di vitale importanza, sia per chi vive ancora lì che per i rifugiati in Bangladesh.

A nessuno si può chiedere di ritornare in un Paese in cui gli è negata la cittadinanza, la sicurezza e le altre necessità fondamentali per vivere. Bisogna assicurare loro una realistica speranza di poter vivere con dignità.

C’è un’unica strada possibile, quella di smantellare i sistemi di repressione nello Stato di Rakhine. Abolire criteri per ottenere la cittadinanza discriminatori e crudeli, basati sulla razza e sulla religione, in modo che tutte le persone abbiano pari diritto a vivere, lavorare, studiare, poter essere curati se necessario e spostarsi liberamente. Bisogna assegnare alla polizia il compito di garantire la sicurezza di tutti, perché possa essere autentica garante della pace per tutte le comunità. I funzionari governativi, i leader religiosi e i rappresentanti delle comunità devono parlare la lingua della tolleranza, e bisogna assicurare alla giustizia i responsabili dei crimini contro l'umanità compiuti.

Bisogna occuparsi prima di tutto delle minacce più concrete e immediate, soprattutto per i bambini, come i livelli straordinariamente elevati di malnutrizione nello Stato di Rakhine, oppure le barriere che i Rohingya, in particolare, si trovano a dover affrontare per accedere all’istruzione. Bisogna fare molto di più per la protezione dei minori e predisporre le competenze necessarie in materia di salute mentale, in modo da affrontare i problemi cronici come la violenza domestica, l’abuso dei minori e la depressione che affliggono le vittime del conflitto.

Ed è forse ancora più importante che i rappresentanti del governo e dell’esercito rivedano il concetto di appartenenza al Myanmar della popolazione. Per decenni Rohingya, Indù, musulmani e le popolazioni di origine cinese e dell’Asia meridionale hanno infatti tutti subito discriminazioni. La crisi dei Rohingya è emblematica delle politiche di esclusione che hanno diviso il Myanmar per decenni, e le gravi violazioni dei diritti che hanno subito sono le stesse patite anche dalle etnie Rakhine, Kachin, Shan, Karen e da altre comunità.

Sono trascorsi due anni da quando una violenza indicibile si è scatenata sullo Stato di Rakhine e ora è arrivato il momento di iniziare a occuparsi delle cause profonde alla radice di tutto questo. Mettere fine alle umiliazioni affrontate dai Rohingya non vuol dire mettere a rischio il benessere di altre comunità. Con determinazione, compassione e rispetto per l'umanità delle persone indipendentemente dall'etnia o dalla religione, è infatti possibile immaginare e lavorare concretamente per un futuro migliore per tutti.

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