Le disuguaglianze a scuola: 3 questioni urgenti su cui intervenire

due bambine di spalle al banco di scuola che disegnano

La polemica nata dalla vicenda della scuola pubblica romana sul cui sito è apparsa una sommaria descrizione dell’ambiente sociale prevalente nelle diverse sedi dell’istituto si presta ad alcune riflessioni e considerazioni oggettive. Al di là del maldestro riferimento al censo degli studenti che popolano i 4 plessi postato sul sito dell’istituto comprensivo, le questioni più urgenti su cui riflettere sono almeno tre:

Segregazione sociale e abitativa

La prima è la questione della segregazione sociale e abitativa che porta, come abbiamo evidenziato nell’Atlante infanzia dedicato alle Periferie dei Bambini, ragazzi che vivono a pochi isolati di distanza a crescere in mondi paralleli per opportunità educative, ricreative e di sviluppo. Lo abbiamo ribadito nell’ultimo Atlante infanzia, Il Tempo dei bambini, in cui abbiamo spiegato cosa significa crescere in un Paese dai ‘destini divergenti’.

Negli ultimi anni, “insieme alle disuguaglianze intergenerazionali, si sono acuite le diseguaglianze geografiche, sociali, economiche, tra bambini del Sud, del centro e del Nord, tra bambini delle aree centrali e delle periferie, tra italiani e stranieri, tra figli delle scuole bene e figli delle classi ghetto. Si sono divaricate le possibilità di accesso al futuro”. 

L’aumento delle disuguaglianze, che affonda le radici nell’aumento della povertà assoluta dei bambini, concentrata in alcune aree e tra le famiglie di origine straniera, ma anche su un modello scolastico ed un sistema di istruzione che non riesce più a bilanciare la diversa provenienza socio-economica e culturale degli studenti, è ben documentato.

I dati che sono disponibili da qualche anno sono molto efficaci nel delineare la segregazione socio-educativa tra studenti con background familiare diverso (livello socio-economico, origine migratoria) anche nei risultati formativi, nella dispersione scolastica e quindi nelle possibilità divaricate nel raggiungere le competenze necessarie ad esercitare i propri diritti di cittadinanza. Invece di colmare le distanze e riequilibrare i destini dei bambini che partono da condizioni più o meno avvantaggiate, la scuola sembra talvolta approfondirle.

A partire dal grafico elaborato nel secondo rapporto di Save the Children sulla Povertà Educativa del 2015 -  che mostrava semplicemente come, sulla base dell’indagine PISA OCSE, in Italia, la percentuale di alunni 15enni che non raggiungeva le competenze matematiche e linguistiche di base (quelli che Don Milani definiva passerotti senza ali) cresceva proporzionalmente all’abbassarsi del livello socio-economico e culturale della famiglia di origine – abbiamo sviluppato mappe e analisi sui dati PISA e Invalsi.  

Grazie alle recenti elaborazioni dei dati forniti dalle prove Invalsi, ad es., abbiamo evidenziato le forti differenze negli esiti tra un quartiere e l’altro della stessa città rappresentandole in mappe molto eloquenti (nell’Atlante Lettera alla Scuola), e dal 2017 Invalsi ha iniziato ad analizzare la variabilità dei risultati tra scuole e classi che dà netta evidenza del fenomeno di segregazione tra scuole (di serie A, B ecc) ma anche tra classi della stessa scuola (classi ghetto e classi di alunni ‘selezionati’). In pratica, l’analisi mostra su base oggettiva come la formazione delle classi non rispetti l’eterogeneità presente nella scuola, e anche come in una stessa area le scuole non mescolino abbastanza gli alunni con background diversi ma tendano a segregarli.

La segregazione scolastica

Questa analisi ci porta ad una seconda considerazione. Il Politecnico di Milano ha condotto una ricerca approfondita sul fenomeno del white flight tra il 2015 e il 2017, cioè su come si crea segregazione scolastica (scuole e classi ghetto) in quartieri non segregati, per effetto delle strategie di scelta della scuola messe in campo dalle famiglie più benestanti. Grazie ad una importante raccolta di dati da parte delle scuole e del Comune di Milano, la ricerca analizza i livelli di segregazione etnica all’interno delle scuole e nei territori mostrando come le scuole siano molto più polarizzate rispetto ai quartieri: in quartieri caratterizzati da forte presenza di immigrati, l’80% dei bambini italiani si sposta verso il centro o verso scuole private e abbandona il proprio bacino scolastico d’utenza. Il problema è che queste scelte creano situazioni in cui si concentrano disagi e difficoltà che gran parte delle scuole non riescono a superare. Quando queste scelte si ripropongono all’interno di una scuola, rispetto alla “scelta” delle sezioni, sarebbe necessario e anche tutto sommato facile da realizzare, poter calendarizzare nelle prime settimane di lezione un percorso di attività comuni per gli studenti dei primi anni di ogni ordine e grado, in modo da arrivare ad un gruppo classe eterogeneo dal punto di visto socio-economico-culturale.

L’analisi Invalsi sulla variabilità dei risultati/competenze e quindi sulla segregazione tra scuole e tra classi all’interno di una stessa scuola – una forma di ingiustizia profonda che come sottolinea l’INVALSI e come ha ribadito la Prof.ssa Chiara Saraceno colpisce non solo i singoli studenti più svantaggiati, ma l’intero ecosistema scolastico - mostra anche che questo fenomeno è molto presente al Sud, laddove cioè il sistema educativo è meno efficace, dove i fallimenti formativi sono più elevati, compreso l’abbandono scolastico, e dove manca quasi ovunque il tempo pieno e con esso un servizio di refezione scolastica accessibile e di qualità, agevolazioni per il diritto allo studio, laboratori, palestre e biblioteche attrezzate.

La concentrazione della povertà educativa

Le famiglie con un vantaggio socio-culturale quindi scelgono le scuole e le classi ‘migliori’ in cui mandare i propri figli, concentrandoli laddove la struttura educativa è meglio equipaggiata e più efficiente. E questo ci porta ad una terza riflessione. Proprio grazie alle indagini PISA e Invalsi, anche con tutti i problemi pedagogici e metodologici che i test sollevano, e grazie alla messa a punto dell’anagrafe studenti e dell’anagrafe edilizia scolastica del Miur, nonché al RAV, l’autovalutazione delle scuole, possiamo oggi avere un quadro abbastanza chiaro di cosa accade in ogni scuola, o in una certa area del paese. Siamo quindi a conoscenza dei territori o delle singole scuole dove si concentra la povertà educativa, dove cioè i bambini e gli adolescenti hanno scarse opportunità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire talenti e aspirazioni.

Ed è proprio da qui che dobbiamo ripartire. Basta concentrare interventi e risorse per rendere le scuole svantaggiate o le aree deprivate ricche di ambienti per l’apprendimento innovativi, strutture per lo sport e la musica, insegnanti e personale motivato e con una formazione aggiuntiva, insieme ad incentivi salariali. La scuola, si trovi nei quartieri “migliori” o “in frontiera”, deve poter sempre garantire il diritto ad un’istruzione di qualità per tutti i bambini, come indicato dalla Convenzione ONU e dall’Agenda 2030. E devono stabilire legami con le istituzioni e le associazioni del territorio per dar vita ad una comunità educante, prendendo spunto dalle tante esperienze eccellenti realizzate negli ultimi anni.   

Il principale luogo di apprendimento all’interno del nostro sistema educativo è la scuola e noi crediamo che una scuola che non discrimina sia possibile, leggi l'articolo.

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