Lockdown e adolescenti, un racconto della quarantena

Cartelli di emoticon messi a terra

Quali sono i colori che meglio hanno rappresentato il periodo trascorso a casa durante il lockdown? È questa la domanda posta agli adolescenti dell’I.C. “Giovanni XXIII-Aliotta” di Chiaiano, Napoli dagli educatori di EaSlab durante una delle loro attività laboratoriali.
Le immagini emerse e le motivazioni della scelta hanno dato vita a un racconto speciale, in ricordo di quei momenti che hanno segnato la vita di tutti noi.

Le attività laboratoriali fanno parte del progetto Futuro Prossimo, sostenuto dall’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. 

I colori del lockdown: il racconto dei ragazzi

Un giorno di marzo, mentre la mia vita procedeva come sempre, mi sono ritrovato davanti il diavolo in persona. Ridacchiava e si prendeva gioco di me: “Se uscirai” mi disse “qualcuno dei tuoi cari non sopravvivrà”.

Cosa potevo fare? Sono rimasto in casa. Pensavo ai miei genitori, ai miei nonni, non volevo mettere la loro vita in pericolo.  

Non avrei voluto dargliela vinta a quel diavolaccio là, ma c’era poco da fare e così mi consolavo riflettendo sul fatto che la vera libertà è pensare: “Finché avrò una testa per pensare - mi dicevo - non avrò paura e sarò sempre libero”. 

Da quel giorno cominciai ad occupare il tempo come potevo: talvolta vedevo le serie tv su di una piattaforma rossa e nera, talaltra leggevo storie scritte da altri su un’applicazione e così passavo il tempo... giocavo, ballavo, disegnavo, ascoltavo la musica, facevo torte, dormivo anche e tanto, talvolta troppo e mi svegliavo un po’ nervoso e seccato. Sì, mi seccava molto non poter vedere i miei amici, la casa e la famiglia non mi bastavano e mi sembrava tutto grigio e triste e senza speranza. Altre volte poi ero proprio furioso.

Poi mi guardavo dentro e cercando di recuperare la mia sensibilità mi dicevo: “Devo pensare agli altri” e mi dedicavo ad altre attività per far passare nel miglior modo possibile il tempo.
Alle volte mi piaceva non andare a scuola, assaporare il ritmo lento delle giornate, stare con la mia famiglia, i miei fratelli, le mie sorelle; altre volte invece la scuola mi mancava, pensavo a tutti i suoi colori, ai banchi, alle sedie, al suono della campanella, ai miei compagni, ai professori. 

Sentivo di essere tanti me diversi: il minuto prima ero allegro e spensierato, il minuto dopo un cieco che vede tutto bianco -  i ciechi vedono una luce bianca, non il nero come si pensa e in questa luce non riescono più a distinguere i contorni delle cose.  Anche per me era lo stesso... in questo bagliore bianco mi sembrava che le mie emozioni si fossero perse, non provavo nulla, né tristezza né gioia.

Il lockdown e il tempo del ricordo

E così sono passati i mesi ed è arrivato il caldo e tutto mi è apparso ancora peggiore di prima. Il diavolaccio rosso e nero, fuori la mia porta, continuava ad impedirmi di uscire
Ero davvero stufo, arrabbiato, mi sentivo vuoto di ogni emozione positiva e mi sembrava tutto inutile e senza speranza. Ed ecco che in uno dei momenti più bui della mia vita, scorsi proprio lì,  in mezzo ai fiori e alle piante che la mia mamma aveva coltivato con tanta allegria in quei mesi bui, delle viole e del rosmarino e mi venne in mente una frase tratta dall’Amleto di Shakespeare che la mia prof. d’Italiano ci leggeva sempre: “C’è il rosmarino, per il ricordo; ti prego amore ricorda; e ci sono le viole per i pensieri.” Mi chinai sulle viole e sul rosmarino e ne respirai a pieni polmoni il profumo. D’un tratto mi resi conto che il tempo trascorso in casa non era stato tempo perso, avevo scoperto molte cose di me stesso. Soprattutto avevo scoperto di essere forte.

“Sono forte” mi dissi e prima o poi la mia vita sarebbe tornata quella di un tempo.  Guardai il cielo d’un azzurro intenso, senza nuvole. Pian piano il rosso di quell’inferno che avevo vissuto era scomparso e non me ne ero neanche reso conto. In lontananza i delfini facevano grandi tuffi nel mare, il loro canto risuonava in tutta la città, sembravano salutarmi e io feci lo stesso: tesi il braccio e gli feci “ciao” con la mia piccola grande mano. Quell’azzurro mi riportò ad un ricordo per me prezioso: l’ultima partita di campionato della mia squadra preferita, il Napoli. Indossai le mie scarpette da calcio, presi il pallone e scesi in cortile a giocare. 
 

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