Parole che includono: perchè il linguaggio in classe fa la differenza

Play Video Factory per Save the Children

Le parole non sono mai neutre. Hanno il potere di accogliere o escludere, di valorizzare o sminuire, di costruire ponti o muri.

La scuola è uno dei primi luoghi in cui si impara a dare un nome al mondo e alle persone che lo abitano. Le parole che circolano in un’aula non servono solo a trasmettere conoscenze, ma anche a definire relazioni, identità e possibilità.

Quando un’insegnante si rivolge alla classe con attenzione e rispetto, quando sceglie parole che includono e non escludono, contribuisce a costruire uno spazio di fiducia in cui ciascuno può sentirsi riconosciuto. Al contrario, espressioni stereotipate o invisibilizzanti, anche se dette senza intenzione, possono lasciare tracce profonde: la sensazione di essere “fuori posto”, di non avere un linguaggio che ci rappresenti.

Usare un linguaggio inclusivo a scuola significa creare le condizioni per l’apprendimento, perché solo chi si sente accolto può partecipare davvero. Significa anche offrire ai ragazzi e alle ragazze un modello concreto di cittadinanza: mostrare che il rispetto non si insegna soltanto nei programmi, ma si pratica ogni giorno a partire dalle parole.

È per questo che parlare di linguaggio inclusivo non è solo una questione di forma, ma un gesto concreto di rispetto, equità e partecipazione, da mettere in particolare in atto ogni giorno, nelle aule scolastiche.

Cos’è il linguaggio inclusivo?

Con “linguaggio inclusivo” si intende un modo di comunicare che riconosce e rispetta la diversità delle persone, evitando stereotipi e formulazioni che possono discriminare, anche involontariamente, in base a genere, origine, abilità, orientamento, età o altre caratteristiche personali.

Essere inclusivi con le parole significa, ad esempio:

  • usare termini neutri o collettivi quando non è necessario specificare il genere (“le persone”, “il corpo docente”, “chi partecipa”);
  • valorizzare tutte le identità di genere (“ragazze, ragazzi e studenti di ogni identità di genere”);
  • evitare espressioni che riducono le persone a una condizione (“una persona con disabilità”, e non “un disabile”);
  • essere attenti alle sfumature culturali, religiose o linguistiche di chi abbiamo davanti.

Alcuni consigli pratici per piccole attenzioni quotidiane

Ecco qualche suggerimento per rendere la comunicazione quotidiana più attenta e accogliente:

  1. Scegli parole neutre quando parli a gruppi misti (“care persone”, “studentə”, “il gruppo di lavoro”);
  2. Evita stereotipi nei modi di dire e negli esempi (“le bambine non sono meno brave in matematica”, “non tutti i papà lavorano fuori casa”);
  3. Dai spazio alla varietà nei materiali didattici e negli esempi: mostra diversi modelli di famiglia, culture e abilità;
  4. Ascolta e chiedi: se non sei sicuro su come una persona desidera essere chiamata, chiedilo con rispetto;
  5. Aggiorna il linguaggio nel tempo: le parole cambiano, come cambia la società. L’importante è rimanere aperto e curioso;

Esempi pratici di linguaggio inclusivo

Molte espressioni che usiamo ogni giorno ci sembrano innocue, ma possono trasmettere messaggi che escludono, semplificano o rafforzano stereotipi. Il linguaggio inclusivo non chiede di censurarsi, ma di ascoltare con più attenzione il peso e il valore delle parole, cercando alternative che riflettano rispetto e apertura.

Ecco alcuni esempi concreti:

  • Invece di dire “Buongiorno ragazzi!”, si può dire “Buongiorno a tutte e a tutti” o “Buongiorno a tuttə”. È un modo semplice per riconoscere ogni identità di genere e far sentire chiunque parte del gruppo.
  • Al posto di “Il compito è facile, potete farlo tutti”, si può dire “Ognuno può affrontarlo al proprio ritmo”. Così si evita di minimizzare le difficoltà di qualcuno e si valorizza la diversità nei modi di apprendere.
  • Invece di chiedere “Chi ha la mamma che cucina a casa?”, meglio dire “Chi cucina di solito a casa vostra?”. In questo modo si riconoscono i diversi modelli familiari e si superano stereotipi di genere.
  • Evitiamo formulazioni come “Marco è un disabile molto coraggioso”: più rispettoso è dire “Marco è una persona con disabilità”, mettendo la persona prima della condizione.
  • Invece di commentare “Parli bene l’italiano per essere straniero”, si può semplicemente dire “Hai imparato molto bene l’italiano”. Il complimento resta, ma senza marcare l’origine come un’eccezione.
  • E infine, quando sentiamo dire “Questa cosa è da femmine” o “da maschi”, possiamo ricordare che non esistono interessi o capacità riservati a un solo genere: ognuno può esprimersi liberamente, senza etichette.

L’ obiettivo non è correggere ogni parola, ma coltivare consapevolezza. Le parole che scegliamo ogni giorno modellano il modo in cui pensiamo, insegniamo e viviamo insieme. A volte basta una piccola variazione di linguaggio per cambiare il tono di un’intera relazione.

Chi ha letto questo articolo ha visitato anche