Genitori e sensi di colpa: una partita sempre aperta

Madre che abbraccia e consola il figlio

“Dottoressa, vede, mi vuol punire perché non sto tanto con lui…ma io lavoro!”, “Mia figlia mi fa vedere i sorci verdi, forse è perché non sono una brava mamma?”, “Si comporta così perché l’ho lasciato con la nonna?” Queste sono alcune delle frasi che la Dott.ssa Gina Riccio, psicologa e psicoterapeuta familiare si è spesso sentita rivolgere durante la sua carriera professionale. La Dott.ssa Riccio, che ci ha supportato con la sua testimonianza, collabora con Arché associazione partner che si occupa di implementare il progetto Fiocchi in Ospedale e membro della Rete ZeroSei.

Nel profondo di questi interrogativi si cela un senso di inadeguatezza e di impreparazione nell’essere genitori, che se da una parte li orienta nella loro responsabilità e sensibilità nei confronti dei rispettivi figli e figlie, dall’altra spesso il sentirsi in colpa non li aiuta a svolgere adeguatamente il loro ruolo educativo, a stabilire limiti e regole, a far osservare la disciplina. 

A differenza delle precedenti generazioni, viviamo in un’epoca storica dove i genitori spesso sono costretti a lavorare entrambi, dove il desiderio di avere un bambino o una bambina è investito da molteplici aspettative, data l’età avanzata e le maggiori competenze, dati i corsi, l’informazione e la maggior conoscenza dei genitori. A queste, si sommano le sensazioni di fatica nel gestire alcuni legami che ruotano attorno ai figli e figlie, ad esempio figure come quelle dei nonni o dei maestri, che espongono i genitori ad un costante confronto sociale, innescando il senso di colpa. Quindi, in tutte le tappe evolutive dei bambini, i genitori si ritrovano a dover gestire queste emozioni contrastanti, tra il dare limiti e regole ed il placare il loro senso di inadeguatezza.
 

Ma come gestire le emozioni?

Partiamo dal presupposto che l’essere genitori può essere il mestiere più difficile che ci sia. Non ha manuali di riferimento, non si studia a tavolino sui libri e proprio perché è un’esperienza unica, data l’unicità del genitore stesso e del proprio bambino o della propria bambina, va vissuta strada facendo e compiendo quei piccoli passi possibili che la vita ci chiede di compiere. Come testimonia la Dott.ssa Gina Riccio: “Molti genitori nei colloqui mi chiedono “starò facendo la scelta giusta?” e da anni mi ritrovo a rispondere con la stessa frase, ovvero che non c’è il giusto e lo sbagliato, ma ciò che è il bene per il/la suo/a bambino/a ed il benessere globale della famiglia”. 

Sappiamo che il senso di colpa ha un preciso scopo evolutivo, ovvero quello di indurci a mantenere buoni rapporti con gli altri; il senso di colpa sano, infatti, ci induce a riparare ai nostri errori in modo esemplare.  Per metterlo a tacere, i genitori spesso mettono in atto comportamenti “riparatori” cercando di riempire il vuoto dell’assenza, spesso causata dal dover riprendere a lavorare per le mamme o dover stare molte ore fuori casa per il papà. Se il genitore asseconda le richieste insistenti del/la proprio/a bambino/a, con oggetti, giocattoli, cellulare o tablet, non avrà la percezione di aver fatto bene, perché il vuoto non è materiale, ma è affettivo. 

Pertanto è necessario che il genitore rifletta e comprenda che non è la quantità del tempo che si trascorre coi bambini a colmare un possibile vuoto emotivo, ma la qualità di quel tempo, dove il genitore è presente e si relaziona attivamente con il proprio figlio o la propria figlia, giocando insieme, condividendo uno momento e uno spazio produttivo, ascoltando le sue esigenze. Ciò porterà ad alimentare il legame e la propria affettività con quella del/la proprio/a bambino/a. 

Sensi di colpa e società 

Nel confronto sociale, soprattutto quando i bambini vengono inseriti all’interno del contesto scuola o sport, i genitori tendono a mettere a tacere il senso di colpa coprendo o sostituendosi ai propri figli. Frasi del tipo “Signora, il suo bambino è disordinato!”, “Buon giorno, puoi controllare l’astuccio di tuo figlio, sembrerebbe abbia rubato le penne del mio!”, “Mancano i compiti che sono stati scritti sul diario, papà!”, spesso vengono rivolte ai genitori da parte della società e dal contesto quotidiano in cui vivono, mettendo in discussione il loro lavoro educativo e aumentando la loro sensazione di non essere all’altezza. 

In una società prestazionale, dove si innesca la competizione e non la cooperazione, i genitori, insieme ai bambini stessi, entrano in un meccanismo di copertura o di sostituzione, tendono naturalmente a proteggere e difendere. Ma questa tendenza non mette a tacere il senso di colpa e di inadeguatezza del genitore, anzi, se da una parte deresponsabilizza il/la bambino/o il/la ragazzo/a, dall’altra il genitore ancora di più si sentirà in difetto.

È risaputo che la relazione in quanto tale e non soltanto quella tra genitori-figli, innesca circolarmente un contrasto di emozioni, che si ascrivono al “positivo”, come essere felice di avere un figlio o fieri di lui/lei; ed al “negativo”, come vergogna o rabbia. Carlo G. Vallés, nel suo libro “Ti amo. Ti odio. Il gioco dei sentimenti nelle relazioni umane”, parla proprio di questa straordinaria molteplicità e varietà che si trova nel mondo interiore di ciascuno di noi. Dissonanze e paradossi, impulsi, tendenze, idee, emozioni, che sembrano lontanissimi gli uni dagli altri e che pure sono costretti ad essere vicinissimi, perché tutti albergano in un solo individuo.  Di fronte al lato negativo del rapporto amore-odio bisogna assumere un atteggiamento di accettazione delle nostre fragilità, poiché si tratta di qualcosa di molto normale e spontaneo senza nessun colpevole.

Se i sentimenti di colpa e di inadeguatezza vengono minimizzati, ignorati o repressi a forza, danneggiano innanzitutto il rapporto genitori-figli; al contrario se vengono riconosciuti, accettati ed espressi con dignità, curano le ferite ed intensificano il rapporto. Come ci indica la Dott.ssa Gina Riccio: “Il dono più grande che un genitore possa farsi è quello di essere “sufficientemente buono”, ovvero un genitore spontaneo, autentico e vero che con, ed utilizzo a proposito con e non nonostante, ansie e preoccupazioni, stanchezza, scoramenti e sensi di colpa emerge come figura in grado di trasmettere sicurezza ed amore.”


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