I segnali della violenza domestica e come riconoscerli

Una donna in una stanza semi buia è seduta sul divano e ha la testa appoggiata alla mano con un aria molto afflitta

Nelle situazioni di violenza domestica la relazione si trasforma in un luogo insicuro dove i comportamenti violenti agiti dal partner abusante compromettono la salute fisica e mentale di chi li subisce. Se la cura, il dialogo, il rispetto, l’affettività sono i tratti distintivi di una buona relazione di coppia e di un sereno ambiente familiare, questi sono aspetti completamente assenti in una relazione violenta.

Una definizione di violenza domestica

L’espressione violenza domestica designa tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo famigliare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima. Essa è infatti anche definita violenza da partner intimo ed è statisticamente agita, in termini significativi, più frequentemente dagli uomini sulle donne.

L’articolo 3 della Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (c.d. Convenzione di Istanbul) del Consiglio d’Europa con l’espressione “violenza nei confronti delle donne”, di cui la forma domestica è una declinazione, designa una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che nella vita privata. 

La violenza maschile sulle donne non rappresenta un’emergenza, ma un fenomeno strutturale caratterizzato da una natura multifattoriale al cui interno sono ravvisabili aspetti sociali, culturali politici e relazionali che sono tra loro interdipendenti. Un’emergenza, infatti, si caratterizza per un durata definita nel tempo, ha un inizio e una fine, rappresenta una perturbazione dello stato naturale delle cose. La violenza contro le donne, compresa la sua declinazione domestica, invece, è un fenomeno sistemico, che affonda le proprie radici nella costruzione sociale e culturale della disparità di potere tra i generi presente a tutte le latitudini, trasversale ad aree geografiche, condizioni socioeconomiche, religione.

Le statistiche, infatti, indicano dati allarmanti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato come la percentuale di donne vittime di violenza fisica e/o sessuale da partner sessuale e da non partner arrivi al 35%, mentre la stima rilevata dall’ultima indagine Istat indica per l’Italia una percentuale pari al 31,5%. In sostanza, sia a livello globale che in Italia, una donna su tre subisce violenza almeno una volta nella vita.

La violenza domestica può assumere diverse forme che possono essere presenti singolarmente o manifestarsi tutte contemporaneamente. Oltre alla violenza fisica, maggiormente riconosciuta poiché lascia segni sul corpo, e alla violenza sessuale, spesso presente ma non riconosciuta quando agita da un partner intimo, la violenza psicologica rappresenta una forma di maltrattamento altrettanto diffusa, sebbene più subdola e complessa da riconoscere, che può manifestarsi attraverso una serie di atteggiamenti intimidatori e di controllo, volti a isolare e indebolire la vittima. Un’ulteriore forma di violenza è quella economica che mira al controllo della partner tramite privazione o limitazione nell’accesso alle disponibilità economiche proprie o della famiglia. Un’altra forma di violenza fortemente diffusa e di recente riconoscimento giuridico è rappresentata dagli atti persecutori, riconducibili alla fattispecie di reato di stalking.

violenza domestica, come si manifesta

La violenza domestica si manifesta attraverso alcuni importanti segnali che è bene non sottovalutare. 

Il modello della “Spirale della violenza” illustra accuratamente l’andamento della dinamica: la violenza, infatti, non si manifesta sempre esplicitamente sin da subito, ma presenta un’escalation di gravità ed evolve articolandosi in più fasi. 

La prima fase prevede un graduale aumento della tensione caratterizzato da liti frequenti e da tentativi della vittima di disinnescare la tensione, segue poi la fase dell’aggressione, in cui si manifestano i comportamenti violenti, e infine si giunge alla fase del pentimento e della riconciliazione, in cui l’aggressore chiede scusa e si pente del proprio comportamento. In alcuni casi il partner abusante prova vergogna e fa promesse di cambiamento, in altri, invece, colpevolizza la vittima definendola come la responsabile delle azioni che lui ha compiuto.

Queste fasi si presentano alternandosi e seguendo un andamento ciclico. Infatti, isolamento, intimidazioni, minacce, ricatto dei/lle figli/e, aggressioni fisiche e sessuali si intervallano spesso a false riappacificazioni, momenti di relativa calma in cui la coppia vive la cosiddetta “fase della luna di miele”, questo processo contribuisce a confondere la donna, aumentandone al contempo l’insicurezza.

le possibili conseguenze della violenza domestica

Le conseguenze per le donne sopravvissute a violenza domestica possono essere gravi e profonde e anche più acute se esse sono madri. L’indagine svolta da ISTAT nel 2014 ha evidenziato come più della metà delle vittime soffra di perdita di fiducia e autostima (52,75%). Tra le conseguenze sono molto frequenti anche ansia, fobia e attacchi di panico (46,8%), disperazione e sensazione di impotenza (46,4%), disturbi del sonno e dell’alimentazione (46,3%), depressione (40,3%), nonché difficoltà a concentrarsi e perdita della memoria (24,9%), dolori ricorrenti nel corpo (21,8%), difficoltà nel gestire i/le figli/e (14,8%) e infine autolesionismo o idee di suicidio (12,1%).

Violenza domestica e figli

La violenza domestica, quando agita contro una donna che è anche madre, non colpisce solo i singoli membri della diade, ma è sempre anche un attacco alla relazione mamma-bambino/a.

Le aggressioni, fisiche o psicologiche che siano, creano un clima di terrore e pericolo all’interno della casa, minano alla base l’autostima e l’identità stessa della donna, che viene squalificata anche relativamente alle proprie competenze genitoriali, e possono impedire lo sviluppo di un rapporto sereno tra la mamma e i suoi figli e figlie. 

Per i bambini e le bambine che assistono alla violenza nei confronti della madre si configura un trauma complesso che riverbera i suoi effetti a livello emotivo, cognitivo e relazionale, con un alto rischio di trasmissione intergenerazionale della violenza.  

Affrontare il problema della violenza domestica significa quindi uscire dalla dinamica privata e procedere, prima di tutto, verso una messa in discussione di modelli sociali e culturali profondamente radicati ed estremamente diffusi. In questo senso, risulta fondamentale il concetto di empowerment, inteso come processo finalizzato a modificare le relazioni impari di potere tra uomini e donne nei diversi contesti del vivere sociale e personale. Infine, risultano necessari interventi di sensibilizzazione della popolazione, educazione al rispetto sin dalla prima infanzia, formazione del personale e promozione di politiche che garantiscano pari opportunità.

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