Poesia per bambini e bambine: il metodo "rodariano" per educare alla fantasia
Ayşe Nur Gençalp / Save the Children Türkiye
In molte classi la poesia per bambini viene percepita come difficile, lontana, piena di significati nascosti. Seguendo il metodo rodariano, però, la poesia diventa un gioco serio: un modo per educare alla fantasia, stimolare creatività e favorire attività sulla poesia inclusive. Dall’ascolto alla riscrittura, dal binomio fantastico al diritto all’errore, la poesia a scuola torna a essere uno spazio libero in cui ogni bambino/a può provare, sperimentare, inventare.
La poesia come esperienza: un approccio rodariano per liberare la creatività
C’è un momento, quando si entra in classe con una poesia, in cui tutto sembra irrigidirsi: le parole diventano difficili, i bambini e le bambine si zittiscono, qualcuno abbassa lo sguardo. È come se la poesia appartenesse a un mondo lontano, fatto di significati nascosti e risposte giuste da indovinare.
Eppure, se prendiamo sul serio l’intuizione di Gianni Rodari, la poesia non è un oggetto da spiegare, ma un gioco da praticare.
Rodari ci ha insegnato che la fantasia non è evasione, ma uno strumento conoscitivo. Non serve “capire” una poesia per entrarci dentro: serve abitarla, smontarla, riscriverla, giocarci. È da questa prospettiva che nasce un metodo semplice ma potente, adatto anche ai più piccoli.
La prima regola è sospendere la tentazione di spiegare. Si legge la poesia ad alta voce, lentamente, magari due volte, lasciando che le parole facciano il loro lavoro.
Poi si apre uno spazio di restituzione, fatto di impressioni libere: c’è chi si ricorda una parola, chi racconta un’immagine che ha visto, chi dice di non aver capito ma di aver provato qualcosa. Non si corregge e non si interpreta al posto loro. Si accoglie. In questo modo la poesia smette di essere un enigma e diventa esperienza.
Dal binomio fantastico allo smontaggio creativo
Uno degli strumenti più noti della grammatica della fantasia è il binomio fantastico, cioè l’accostamento di due parole lontane tra loro per generare storie.
Anche con la poesia funziona molto bene. Si prende una parola del testo, ad esempio “vento”, e la si avvicina a qualcosa di distante, come “gelato”. A quel punto la classe entra in movimento: qualcuno immagina un vento dolce e appiccicoso, qualcun altro una tempesta di gusti diversi. Le immagini si moltiplicano.
La poesia, così, non resta chiusa dentro i suoi versi, ma diventa un punto di partenza per nuove possibilità. Un passaggio importante è quello di “profanare” il testo, nel senso più creativo del termine. La poesia può essere toccata, modificata, trasformata. Si può cambiare una parola per verso, invertire l’ordine, riscriverla dal punto di vista di qualcun altro. A volte diventa una lista, altre volte un dialogo, altre ancora una filastrocca completamente nuova.
Questo processo toglie sacralità e restituisce libertà. I bambini scoprono che il linguaggio non è qualcosa di intoccabile, ma uno spazio su cui possono agire.
Il diritto all’errore e all’assurdo
Rodari insiste molto sul valore dell’errore creativo, e nella poesia questo aspetto è centrale.
Quando un bambino produce un’immagine “strana”, non va corretta ma accolta. L’assurdo non è un problema: è una risorsa. Anzi, può diventare una vera e propria consegna di lavoro, chiedendo di scrivere poesie sbagliate, immagini impossibili, frasi che non stanno in piedi.
È in questo spazio che si scioglie la paura di sbagliare, che spesso blocca l’espressione. E quando la paura si allenta, la lingua torna a muoversi.
Dalla lettura alla produzione: bambini/e come autori e autrici
Il punto di arrivo non è la comprensione della poesia, ma la produzione. Dopo aver attraversato il testo, lo si restituisce in forma nuova.
Qualcuno riprende alcune parole e costruisce qualcosa di proprio, qualcun altro immagina un finale diverso, qualcun altro ancora contribuisce a una poesia collettiva in cui ogni voce si aggiunge alle altre. In questo passaggio i bambini smettono di essere soltanto lettori e diventano autori. Ed è un cambio di posizione decisivo.
In tutto questo, anche il ruolo dell’adulto cambia. Non è più chi spiega “cosa significa” la poesia, ma chi crea le condizioni perché accada qualcosa. Serve ascolto autentico, la capacità di sospendere il giudizio e di valorizzare anche ciò che sorprende o spiazza. È un lavoro meno controllabile, ma molto più vivo.
Trattare la poesia con i bambini in modo rodariano significa restituirle la sua natura originaria: un atto di libertà. Non si tratta di semplificare i testi, ma di cambiare sguardo. La poesia non è un esercizio di comprensione, ma un campo di possibilità. E quando questo accade, succede qualcosa di molto semplice e molto potente: i bambini smettono di chiedere “cosa vuol dire?” e iniziano a dire “posso provarci anch’io?”.
È lì che la poesia comincia davvero.
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