Le voci dei volontari: da Milano con i profughi siriani

Oggi mi piacerebbe condividere una testimonianza e una riflessione di una volontaria di Milano, impegnata da qualche settimana nell’accoglienza delle famiglie e dei bambini siriani che arrivano in stazione Centrale insieme al nostro staff: Alessandra Magenes. Milano, ottobre 2006: con le piante di Bromelia, protagoniste della raccolta fondi di Riscriviamo il Futuro, Save the Children è entrata nella mia vita. In Italia, il nostro volontariato fra pochi mesi compirà otto anni. Per me, già allora, l’invito dona ora era un mantra e non solo con Save the Children. Ma l’atto del donare, ora che i figli erano cresciuti, non mi bastava più. Sentivo che dovevo impegnarmi direttamente. Tutto è iniziato grazie a una newsletter. Per la prima volta, Save the Children cercava dei volontari anche in Italia. E così mi proposi. È stato amore a prima vista. Da allora con la nostra coordinatrice abbiamo realizzato una serie di eventi, a Milano e non solo, che hanno contribuito ad accrescere la notorietà e la credibilitàdi Save the Children. Raccolta fondi, ma anche una costante opera di sensibilizzazione volta a raccontare alla gente cosa facciamo nel mondo, ma anche in Italia. Come? Dalle gite agli incontri culturali solidali, dalla partecipazione a eventi teatrali e sportivi, alla costante presenza, ogni Natale in libreria (per Milano la Rizzoli in Galleria) per fare i pacchetti regalo. Save the Children è anche amicizia: rapporti che negli anni si sono consolidati e rinsaldatigrazie all’obiettivo comune. Oltre che con Federica, per esempio, con Rossella, un’altra volontaria storica diventata una grande amica. Ci si capisce al volo, basta uno sguardo… E ancora, in questi anni, Save the Children ha contagiato, amici, parenti, colleghi… Molti di loro sono diventati volontari e altri, appena possibile, mettono a disposizione la loro professionalità, i loro spazi per la nostra causa. Estate 2014: l’emergenza Siria è arrivata anche a Milano e accanto allo staff delle Emergenze e Civico 0 (il cui progetto è volto a fornire supporto, orientamento e protezione a minori e neo-maggiorenni stranieri e neo-comunitari) Save the Children ha deciso, per la prima volta, di avvalersi anche sul campo di noi volontari. L’appello è stato raccolto e, così, approdiamo alla Stazione Centrale, dove i siriani – molti di loro sono bambini - si fermano per poi partire per il nord dell’Europa. Mentre saliamo le scale mobili che ci portano al mezzanino ci chiediamo:

quanti saranno oggi i bambini? Staranno tutti bene? Ne troveremo come l’altro giorno scottati dal sole per la lunga traversata?

Distribuiamo piccoli kit di cancelleria (fogli, matite, pongo, formine…) per rendere più piacevole la loro sosta, quando è possibile li facciamo disegnare e giocare (palloncini e bolle di sapone sono gettonatissimi!) su un tatami multicolor. I più piccoli, insieme alle mamme, sono impegnati con le costruzioni… E ancora, facciamo un po’ da sentinelle per segnalare agli operatori o al pediatra, che c’è un bimbo con la febbre o un altro con il raffreddore… Unico neo: la lingua, poiché solo pochi di loro parlano inglese. Per fortuna ad aiutarci ci sono i mediatori culturali. Per fortuna, ci sono i gesti e c’è il sorriso, con bambini e adulti. E così, dopo pochi minuti sembra di conoscerci da tanto tempo. E, spesso sonoloro i primi a sorriderci, nonostante tutto quello che hanno passato e passeranno. Sorrideva il papà che è arrivato con i suoi due bambini, ma senza la moglie, morta sotto i bombardamenti. Sorrideva anche l’altro papà che stringevaforte la mano del figlio di 14anni e mi sono chiesta: “E la moglie dov’è?”. E poi, le assistenti sociali del Comune che, dopo essere rientrate in ufficio, prima di tornare a casa, ripassano in Centrale per vedere come va… E, tra noi volontari (Comune, Protezione Civile, altre associazioni) dopo poche ore ci sembra di conoscersi da sempre e, anche in questo caso, il sorriso facilita tutto. Mai avrei pensato otto anni fa di essere catapultata in un’esperienza così forte: bellissima, intensa e molto triste. I volontari di Save the Children fino ad ora non sono mai “andati sul campo”. E ci si rende conto che queste persone, dignitose, cortesi, silenziose… ci stanno insegnando molto. Ci insegnano a vivere, a individuare quali sono le cose veramente importanti: arrivano dalla guerra, hanno perso tutto, le loro poche cose sono chiuse (se c’è l’hanno ancora) in una valigia. Non si disperano, vanno avanti, per loro e i loro figli. Come sempre succede nel volontariato, sono loro che danno a noi, più che noi a loro. Quando partono, se ne va anche una parte di noi: talvolta, un bacio ai bambini, un abbraccio alle mamme e un po’ di commozione. E, ancora una volta,un sorriso Sperando di tornare presto a occuparci di incontri solidali, perché questo vorrebbe dire che almeno una delle tante guerre è finita.