6 anni di guerra e di bambini che non hanno mai conosciuto la propria casa

Nel giorno del triste anniversario della guerra in Siria, iniziata 6 anni fa, pubblichiamo la testimonianza della nostra collega Emanuela al rientro dalla sua visita al campo profughi di Za’atari, in Giordania. Nel campo trovano rifugio migliaia di famiglie siriane costrette ad abbandonare le proprie case e i propri affetti a causa del conflitto.

“Un prefabbricato di 10 metri quadrati o poco più, questa è la casa di Ro'ha. Per entrare togliamo le scarpe e ci accoglie un odore di pulito, materassi allineati lungo i lati dell’ambiente, una grande stufa e un ventilatore fortunosamente attaccato al soffitto. Perché qui fa freddissimo di inverno e caldissimo d’estate.

Ci riceve la mamma di Ro’ha che ci racconta la storia sua e della sua famiglia, il marito e 4 figli dai 10 ai 5 anni, una dei quali nata nel campo. Hanno dovuto abbandonare casa quando fu detto loro di prendere lo stretto necessario e scappare, con la convinzione di tornare dopo 15 giorni.

Di giorni ne sono trascorsi 1.825 e questa giovane donna ci dice con lucidità di non sapere cosa sarà della sua famiglia, quanto tempo resteranno in quel campo, se potranno tornare nella loro casa. Perché questa famiglia aveva un casa e un pezzetto di terra a pochi chilometri dal confine siriano. E quella fuga brucia come se fosse accaduta ieri.

Sul fondo del container siede Ro’ha con la sorellina di 5 anni. Ci viene spiegato che Ro'ha ha un grave ritardo mentale, non può camminare e ha moltissime limitazioni di apprendimento e motorie. La forza della madre le ha però permesso di frequentare la scuola e ci viene riferito che il confronto con i coetanei le è servito moltissimo.

La collega giordana ci invita a fare domande ma non voglio entrare nella loro vita; mi sento così inadeguata rispetto al dolore e al dramma che queste persone sono costrette a vivere.

Ascolto. Cerco di comunicare con Ro’ha. Bastano il solletico sotto i piedi, un po’ di smorfie, insomma il linguaggio dei bambini che rende possibile la magia di capirsi, pur parlando due lingue diverse. La sua reazione mi riempie il cuore. Il viso si apre subito in un sorriso caldo e senza remore, le prendo la mano e quasi tutto il tempo della mia sosta nella sua casa rimaniamo così, mano nella mano. Per me quella stretta è stata un momento di intensità difficile da descrivere.

Per attitudine e in virtù del mio lavoro, cerco sempre la dimensione positiva delle esperienze. Nel mio ritorno in Italia, mi facevo mille domande. Ro'ha altrove potrebbe avere un’assistenza migliore, la sua sorellina di 5 anni non conoscerebbe solo la terra bianca e polverosa di Za’atari. Allora perché devono stare lì? Forse posso trovare in parte risposta ai miei difficili “perché”, pensando alla Siria dove 3 milioni di bambini che hanno oggi sei anni, non hanno mai conosciuto altro che la guerra.

Bambini e ragazzi reclutati nei gruppi armati, bambini che soffrono di incubi per i bombardamenti, che non parlano per i traumi subiti. Per questi bambini si parla di stress tossico. Ro’ha e i suoi fratelli potranno continuare ad andare a scuola, non hanno l’incubo dei bombardamenti. Gli asili e le scuole che frequentano sono pieni di colore, lì possono imparare, giocare e crescere in un ambiente sicuro e accogliente. Un domani, voglio credere, avranno la possibilità di costruire la loro vita fuori dal campo.

Intanto porto dentro l’intensità di quello scambio silenzioso. Ro’ha mi tiene la mano e per quanto è nelle mie possibilità parlo e parlerò della Siria, di Za’atari e di Ro’ha. La prima bambina di cui ho parlato ai miei figli, al rientro a casa”.

Ad oggi in Giordania abbiamo raggiunto quasi 830.000 beneficiari, di questi circa 500.000 sono bambini. Nel campo profughi di Za’atari ogni mese distribuiamo più di 500 tonnellate di pane. Inoltre gestiamo Spazi a Misura di Bambino e Famiglie in diverse zone del Paese dove bimbi e ragazzi possono trovare un posto sicuro e protetto in cui giocare e stare con i coetanei, per tornare ad essere semplicemente bambini.