Cisgiordania: minori sfollati, le conseguenze un anno dopo
Rana Burqan/ Save the Children
Un anno fa 12mila minori sono stati costretti dalle forze israeliane a lasciare i campi profughi. Le conseguenze sulla loro salute mentale sono gravi e molti di loro oggi presentano segni di trauma e malessere.
Cisgiordania, 12mila minori sfollati: cosa è successo
Un anno fa, 32.000 persone, tra cui 12.000 minori, sono stati costretti dalle forze israeliane a lasciare le loro case in tre campi profughi di Jenin, Tulkarm e Nur Shams, nel Nord della Cisgiordania.
Le forze israeliane hanno dichiarato di aver lanciato una grande operazione militare nei tre campi per colpire gruppi militanti. Secondo l’ONU l’operazione, chiamata Iron Wall, ha provocato la più grande ondata di sfollamento in Cisgiordania dal 1976. Inoltre, ha portato alla morte 64 persone, tra cui 11 bambini.
Un anno dopo, però, il ritorno a casa non è possibile, perché molti campi sono stati distrutti dagli attacchi: abitazioni ed edifici sono stati abbattuti con le ruspe e gran parte delle infrastrutture stradali, idriche ed elettriche risulta gravemente danneggiata.
Cisgiordania: le conseguenze sui minori sfollati dalle forze israeliane
I minori costretti dalle forze israeliane a lasciare le loro case mostrano segni di malessere e gravi conseguenze sulla loro salute mentale.
Rifiutano il cibo e hanno un calo del rendimento scolastico. I segnali di disagio includono anche l’aumento dei casi di enuresi notturna, un sintomo comune di stress nei bambini più piccoli, secondo quanto riferito dal nostro personale che lavora con alcune famiglie sfollate a Nablus.
I comportamenti dei minori sono un chiaro segnale che stanno rivivendo il trauma dello sfollamento, secondo quanto riportato dal nostro personale sul campo che lavora con alcune delle famiglie sfollate a Nablus.
Tra loro ci sono anche Hala, di 15 anni, insieme ai suoi cinque fratelli e sorelle che sono stati sfollati insieme ai genitori lo scorso anno. Come molti minori colpiti dai raid, ha dovuto trasferirsi in una nuova città e iniziare una nuova scuola, spostandosi più volte e interrompendo così i suoi studi. "Siamo stati spostati da un ambiente all’altro, da una vita all’altra, da una casa all’altra e da una scuola all’altra. È stato davvero difficile per noi. Sentivamo che la nostra vecchia vita non sarebbe più tornata, che la vita qui non sarebbe stata come la vita di prima… Ha influito sul nostro benessere mentale. Siamo cambiati molto. Nel modo in cui mangiamo, nel nostro stato emotivo, in tutto" ha detto.
Cosa facciamo nel Territorio palestinese occupato
Operiamo nel Territorio palestinese occupato dal 1953, con una presenza permanente dal 1973. Da allora, lavora ci coordiniamo con i partner per fornire istruzione, protezione per i bambini, supporto allo sviluppo della prima infanzia e opportunità di lavoro per i giovani.
Per far fronte ai crescenti bisogni, stiamo potenziando il nostro supporto, tra cui la distribuzione di beni essenziali e aiuti economici alle famiglie, l’assistenza per la salute mentale a minori, caregiver e operatori in prima linea, e la creazione di spazi sicuri in cui i bambini possano giocare e imparare.
“Questi bambini e adolescenti meritano dignità, stabilità e un ritorno nelle loro case e scuole. Non possiamo chiudere gli occhi di fronte ai bisogni dei minori in Cisgiordania. Senza passi concreti verso l’identificazione dei responsabili e il rispetto del diritto internazionale, i minori palestinesi continueranno a essere privati dei loro diritti e della loro sicurezza. Non dobbiamo fallire per loro» ha dichiarato Ahmad Alhendawi, Direttore Regionale di Save the Children per il Medio Oriente, il Nord Africa e l’Europa Orientale.
Per approfondire, leggi il comunicato stampa.
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