Nascosti in Piena Vista: minori migranti con le famiglie in Italia

Gianfranco Ferraro per Save the Children

Con l’ultima edizione di Nascosti in Piena Vista vogliamo dare visibilità a una realtà ancora poco conosciuta: quella dei bambini, delle bambine e degli adolescenti che migrano in Italia insieme alle proprie famiglie. Ogni storia di migrazione coinvolge persone, famiglie e minori con bisogni, diritti e fragilità diverse. Eppure, proprio questi bambini e bambine restano troppo spesso fuori dallo sguardo delle istituzioni e del dibattito pubblico.

Attraverso dati, analisi e testimonianze raccolte sul campo, raccontiamo cosa significa per migliaia di bambini e bambine attraversare un sistema di accoglienza che non è stato progettato per loro e che rischia di diventare ancora più critico con l'attuazione del Patto europeo sulla migrazione e l'asilo.

Nascosti in Piena Vista

Considerando i soli arrivi via mare, nel 2025 si stima che circa 2.000 minori siano arrivati in Italia insieme alla propria famiglia. Si tratta però di una stima, perché questi bambini e bambine non sono ancora ufficialmente tracciabili nella prima accoglienza.

I pochi dati disponibili, pur frammentari, raccontano una presenza diffusa lungo tutte le principali rotte migratorie. Sono famiglie che arrivano nel nostro Paese, lo attraversano o vi fanno ritorno dopo essere state respinte o dopo aver lasciato altri Paesi europei. Percorsi differenti che hanno un elemento comune: il confronto con un sistema di tutela che raramente riconosce la specificità della loro condizione. Un sistema che rischia di essere ulteriormente compromesso dall'attuazione del Patto europeo sulla migrazione e l'asilo, il cui decreto-legge di attuazione è attualmente all’esame del Parlamento.

 

La vulnerabilità dei bambini e delle bambine che migrano con le proprie famiglie non può essere considerata un effetto collaterale delle migrazioni né una questione marginale. Deve essere riconosciuta e posta al centro delle politiche di accoglienza e dell'attuazione del Patto europeo sulla migrazione e l'asilo. Sebbene questa realtà sia ancora poco analizzata, emerge con forza nei territori, dove istituzioni, amministrazioni e organizzazioni cercano di rispondere ai bisogni delle famiglie in assenza di un quadro normativo e operativo adeguato.

I minori che arrivano con la propria famiglia continuano a essere invisibili

Parlare di minori che migrano con la propria famiglia significa parlare di esperienze molto diverse tra loro. Nel nostro rapporto raccontiamo la realtà di neonati, bambini in età prescolare e scolare, adolescenti e neomaggiorenni. Ci sono bambini nati in Italia, figli di famiglie ancora inserite nei percorsi di accoglienza, minori arrivati attraverso rotte migratorie ad alto rischio, via mare o via terra, ma anche bambini entrati nel nostro Paese attraverso canali sicuri, come visti turistici, sanitari o umanitari. Accanto a loro ci sono anche minori coinvolti in percorsi di migrazione secondaria o di rientro in Italia dopo esperienze vissute in altri Paesi europei.

Uno degli elementi più significativi che emerge dal rapporto riguarda la difficoltà di conoscere quanti siano realmente i bambini e le bambine che migrano con le proprie famiglie. Nella prima accoglienza, infatti, i minorenni ospitati con i propri genitori non sono ancora ufficialmente tracciabili, rendendo difficile avere un quadro completo del fenomeno. È nella seconda accoglienza che i dati iniziano a restituire una dimensione più chiara della loro presenza. Nel 2025 erano infatti 10.334 i minorenni accolti insieme alla propria famiglia nella rete SAI, pari al 69,7% dei 14.829 minorenni complessivamente presenti nel sistema. Questi dati confermano che i nuclei familiari rappresentano una componente strutturale delle migrazioni verso l'Italia e non un fenomeno occasionale o residuale

La ricerca: i percorsi delle famiglie migranti in Italia

Abbiamo realizzato una ricerca sul campo tra giugno 2025 e aprile 2026 nei territori di Oulx, Ventimiglia, Trieste, Agrigento, Milano, Roma e Torino, luoghi che rappresentano punti di arrivo, transito e destinazione dei percorsi migratori. Abbiamo integrato analisi quantitative e qualitative attraverso 48 interviste a famiglie e 20 interviste a stakeholder, raccogliendo le esperienze dirette di chi vive quotidianamente il sistema di accoglienza e di chi opera al suo interno.

Da questa ricerca emerge un quadro di rischio per i bambini e le bambine, caratterizzato da un forte divario tra i diritti formalmente garantiti e la loro effettiva tutela. L'accesso all'istruzione, alla salute, alla protezione e ai servizi continua infatti a dipendere da procedure amministrative complesse, carenze strutturali lasciando molti minori “nascosti in piena vista”.

Anche la capacità di tutelare l'unità familiare, di garantire un inserimento tempestivo in strutture adeguate, di accompagnare le procedure di protezione internazionale e di intercettare le diverse vulnerabilità dei nuclei familiari continua a presentare criticità significative.

Uno degli elementi più evidenti emersi dalla ricerca riguarda il sistema della prima accoglienza. Oggi molte famiglie vengono ospitate nei Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS), nei CARA o in altri centri nati come risposta alle emergenze migratorie. Strutture progettate principalmente per accogliere adulti soli e che, ancora oggi, non riescono a rispondere adeguatamente ai bisogni educativi, relazionali e psicologici dei bambini.

L'accoglienza diffusa, che permetterebbe alle famiglie di vivere in contesti più adeguati e di costruire percorsi di autonomia, continua invece a rappresentare una parte minoritaria del sistema. La nostra analisi evidenzia una limitata disponibilità di posti nella rete ordinaria di seconda accoglienza (SAI) e una forte dipendenza dal modello emergenziale. Di conseguenza, strutture nate per ospitare le persone solo per brevi periodi finiscono spesso per accogliere le famiglie per mesi o addirittura anni. Le lunghe attese determinate dalla lentezza delle procedure amministrative e dagli ostacoli burocratici trasformano così quella che dovrebbe essere una soluzione temporanea in una permanenza prolungata, con conseguenze importanti sulla qualità della vita dei bambini.

Vivere in spazi che non permettono di essere bambini

Le testimonianze raccolte raccontano una quotidianità fatta di sovraffollamento, mancanza di privacy, isolamento e difficoltà ad accedere a servizi adeguati. Alcune delle problematiche riportate più frequenti:

  • Bambine e ragazze percepiscono i grandi centri di accoglienza come ambienti ostili e poco sicuri, a causa della promiscuità e della presenza di adulti sconosciuti. Questo limita la loro libertà di movimento, le porta a rifugiarsi nella propria stanza e rende concreto il timore di subire molestie. Una ragazza di 13 anni ci racconta: «Adesso la porta la devo controllare almeno tre volte prima di andare a dormire. […] Capita spesso che persone più adulte di me mi fermino. Infatti, io dico, di questa cosa ho paurissima
  • La scuola diventa spesso un percorso discontinuo a causa dei continui trasferimenti tra un centro e l'altro, anche molto distanti tra loro. Un bambino di 8 anni ha raccontato: «…Io in questi cinque anni ho cambiato la scuola più di due, più di tre volte. Quindi vorrei essere nello stesso posto perché ogni volta cambiare la scuola e cambiare gli amici...adesso quattro mesi in nuova scuola e non ho amici. Ogni mattina…non voglio andare.»
  • L'assenza di aule studio, spazi ricreativi e luoghi dedicati ai più piccoli costringe molti bambini e adolescenti a trovare soluzioni improvvisate per svolgere i compiti o trascorrere il tempo libero.
  • In molti centri non è possibile invitare amici all'interno della struttura, con il risultato che la vita sociale dei ragazzi rimane sospesa tra il mondo esterno e quello dell'accoglienza. Una ragazza di 14 anni racconta: «I miei amici vengono spesso davanti al centro, ma non entrano...Io vivo in questo centro di accoglienza, sto aspettando per avere i documenti. Loro mi hanno capita, non c'è nessun problema, dove dovrebbe essere il problema? Anzi i miei amici si presentano sempre qua, quando non rispondo al telefono si preoccupano.»
  • La convivenza forzata in spazi sovraffollati può esporre i minori a situazioni traumatiche, fino a casi di grave disagio psichico o aggressioni da parte di altri ospiti.
  • La precarietà e la lentezza burocratica generano forte incertezza e incidono sulle dinamiche familiari, portando spesso a un’inversione dei ruoli, con i figli che molto presto assumono responsabilità da adulti, essendo i primi a imparare la lingua e svolgendo il ruolo di mediatori legali e amministrativi dei loro genitori, con impatti significativi sul loro sviluppo. Un bambino di 13 anni ha raccontato: «Ero l’eroe, praticamente, che dovevo tradurre, devo leggere queste cose qua, spiegare ai miei genitori.

Cosa serve

Per garantire una tutela effettiva dei minori e delle famiglie lungo l'intero percorso migratorio, è necessario superare il ricorso ai CAS come risposta emergenziale, puntando su un’accoglienza adeguata – sicura, dignitosa e inclusiva – rafforzando il sistema SAI e i modelli diffusi orientati all’autonomia. È inoltre fondamentale garantire percorsi di accoglienza stabili e coerenti, evitando interruzioni o uscite premature che rischiano di compromettere il benessere e lo sviluppo dei minori. 

Parallelamente, fin dalle prime fasi dell’arrivo, è necessario rafforzare la formazione degli operatori impegnati nelle attività di controllo e gestione alle frontiere sui diritti dell’infanzia  e dell’adolescenza nonché la loro capacità di riconoscere tempestivamente la presenza di minori e di individuarne  bisogni e vulnerabilità, di rendere più rapide e accessibili le procedure di ricongiungimento familiare e di ampliare i canali di ingresso regolari, assicurando continuità e stabilità nei percorsi di presa in carico.

Infine, “senza dati e informazioni accessibili non si possono delineare politiche efficaci, che appaiono invece urgenti per i bambini e le bambine e le loro famiglie, anche alla luce dell’entrata in vigore del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo e dell’esigenza di mettere al centro le persone più vulnerabili. Per colmare questo profondo vuoto di conoscenze è necessario avviare al più presto una raccolta sistematica e continuativa di dati disaggregati e accessibili” ha dichiarato Giorgia D’Errico, Direttrice Relazioni Istituzionali di Save the Children.

Per approfondire:

Leggi il comunicato stampa.

Scarica il rapporto Nascosti in Piena Vista.

Chi ha letto questo articolo ha visitato anche