Genitorialità responsiva: cosa significa e come si pratica
Francesco Basile per Save the Children
La genitorialità riguarda in Italia tra le 650 e le 700 mila persone ogni anno. Ma essere genitori non significa soltanto mettere al mondo un figlio. Sempre più spesso, infatti, al termine genitorialità si associa l’aggettivo “responsiva”, cioè attiva, propositiva, capace di rispondere, qualificandone la pratica. Non si tratta più solo dell'esito passivo e puntuale di una volontà riproduttiva, ma come una scelta responsabile e attiva compiuta dalle persone che diventeranno genitori. Ma anche una scelta che, indirettamente, coinvolge le comunità umane – famiglia, servizi, contesti culturali, educativi, professionali, ecc. - nelle quali queste persone si collocano e vivono.
Quindi, mentre la genitorialità è una condizione anagrafica e biologica, la genitorialità responsiva è un processo di apprendimento attivo e di allenamento costante delle competenze, con l’obiettivo di migliorare la capacità di osservare, comprendere e rispondere alle necessità di una bambina o di un bambino. Ed è un processo che, per definizione, non può essere affrontato da soli. Deve essere condiviso con la comunità di riferimento: dai servizi educativi, sociali e sociosanitari - consultori, pediatra, centri di nascita, nidi, spazi mamme - ma anche dalle reti di solidarietà e supporto fatte da altri genitori, dalla famiglia allargata e dalle alleanze di quartiere.
Genitorialità responsiva: cosa significa e come nasce
Anche se può sembrare un discorso relativamente recente, in realtà, l’idea e il concetto giuridico di genitorialità non sono nuovi. Una svolta importante arriva nel 1975 con la riforma del diritto di famiglia [1], che supera il principio della patria potestà introducendo quello della potestà genitoriale. È un passaggio decisivo: la famiglia smette gradualmente di essere pensata secondo un modello rigidamente patriarcale e comincia a evolversi verso una dimensione più relazionale e condivisa.
Eppure, nonostante i cambi culturali e importanti iniziative come “le scuole per genitori” promosse negli anni da consultori, spazi montessoriani, e persino parrocchie – ciascuno con il suo intendimento – durante gli ultimi 3 decenni del Novecento, ancora nel 2000 la più innovativa iniziativa di salute pubblica che ha aperto il nuovo millennio, il Progetto Obiettivo Materno infantile del 20003 (POMI) [2], rimette saldamente sulle spalle femminili il peso della gestione del percorso complesso e faticoso dell’infanzia umana.
Molte generazioni di donne hanno visto nel POMI il coronamento dell’idea rivoluzionaria di salute come esito del processo di empowerment di una comunità e non come esito di una relazione individuale e asimmetrica tra un professionista e una paziente. I consultori familiari, simbolo di un rapporto libero e non medicalizzato con il proprio corpo sessuato, sono al centro del POMI, e per la prima volta in quel Progetto prende corpo l’idea di percorso nascita, inteso come un percorso di conoscenza continua e di cambiamento condiviso. Purtroppo però, e questo resta il punto, condiviso essenzialmente tra la donna, futura o neomamma, e la sua creatura.
I primi 1000 giorni e l’importanza delle relazioni di cura
Nel corso dei primi due decenni degli anni 2000, grazie anche agli studi sullo sviluppo cerebrale infantile e sulle connessioni neuronali nei primi 1000 giorni di vita, cresce l’attenzione verso il ruolo della relazione di cura nello sviluppo umano.
In questa fase il progetto PIPPI, ha contribuito a cambiare il modo in cui lo Stato si prende cura delle famiglie più vulnerabili. Le Linee di indirizzo nazionali per l’intervento con bambini e famiglie in situazione di vulnerabilità del 2017[3], prodotte insieme al Ministero del Lavoro e alla Conferenza dei presidenti delle Regioni e approvate dalla Conferenza Unificata il 21 dicembre, hanno chiuso definitivamente la fase in cui si lavorava per i genitori, e ne hanno aperta una nuova in cui i genitori sono, a pieno titolo, nel cast dello spettacolo.
Non a caso, è proprio in questi stessi anni, precisamente tra il 2012 e il 2013, che viene a cadere la distinzione tra figli legittimi e figli naturali e si cancella dal Codice civile la nozione di potestà genitoriale in favore di quella di responsabilità, già ampiamente in uso nell’Unione Europea [4].
Il Nurturing Care Framework e la nuova cultura della cura
Una delle svolte più importanti nel discorso pubblico sulla genitorialità arriva con il documento “Nurturing Care Framework for Early Childhood Development” [5], frutto del lavoro congiunto di diverse agenzie internazionali, che arriva in Italia alla fine del 2018, grazie al contributo del Centro per la salute delle bambine e dei bambini e di Save the Children.
Con questo approccio, la genitorialità smette di essere associata a contesti interpretativi giudicanti, o etichettata secondo categorie fisse - autoritaria, autorevole, permissiva o trascurante - ma viene considerata all’interno del contesto sociale e culturale nel quale si realizza.
È così che la genitorialità diviene parte di un processo di libera scelta e di apprendimento in cui la coppia genitoriale e gli altri e altre adulte che si prendono cura, imparano ad essere responsivi nei confronti di una figlia o di un figlio. In altre parole, imparano ad avere una relazione con una persona piccola, ancora non in grado di esprimere o soddisfare autonomamente i propri bisogni, ma non per questo incompetente o priva di risorse proprie [6]. Le cosiddette “cure che nutrono”, sono proprio quelle che i genitori offrono alla propria creatura e la comunità offre ai genitori, con lo scopo preminente di ridurre o addirittura rimuovere i fattori di svantaggio [7].
La genitorialità è una condizione cronica, e proprio per questo va condivisa, non solo quando si sceglie, ma anche quando si gioca. Non solo tra i genitori, ma anche tra le persone che concorrono all’educazione, nella comunità educante, all’interno dei luoghi di vita, di gioco, di svago, di consumo. Insomma, la generazione biologica riguarda una relazione tra due persone, ma la genitorialità è una responsabilità di cura collettiva [8].
Perché oggi i genitori si sentono sempre più soli
Basta leggere il nostro ultimo report Le Equilibriste o consultare lo stato della (de)natalità nel nostro paese: la genitorialità in Italia è considerata una cosa privata, caricata per lo più sulle spalle delle madri, che si sentono sempre più sole nella cura.
Il “villaggio”, evocato dal proverbio africano secondo cui “per crescere un bambino serve un intero villaggio”, appare sempre più lontano dalla quotidianità, soprattutto per chi vive lontano dalla propria famiglia, nelle periferie urbane o in condizioni di vulnerabilità sociale. Affronta il tema anche un interessante sondaggio Unicef Italia e Youtrend dall’evocativo titolo Eppur siam soli. La salute mentale dei genitori nella prima infanzia: una questione di salute pubblica e di diritti di bambine e bambini.
Esiste ancora la convinzione che la genitorialità sia qualcosa di istintivo, un interruttore nascosto che si accende automaticamente al momento della nascita e che fino a quel momento nessuno sapeva nemmeno dove si trovasse. E mentre è vero che qualcosa di istintivo ancora c’è nella genitorialità moderna, è molto più vero che l’intreccio di biologia, emozioni, cultura, contesto sociale e background personale che ci portiamo dentro rende le cose più complicate di così, e difficili da navigare nella solitudine.
Eppure, il sistema di supporto alla genitorialità è percepito come un privilegio. Se hai una rete di sostegno, servizi accessibili o qualcuno su cui contare, sei considerato “fortunato”; se non li hai, spesso il messaggio implicito è che in qualche modo riuscirai comunque a cavartela. D’altronde, ci si dice, le famiglie hanno sempre fatto così.
Noi invece – e non siamo soli – crediamo fermamente che sia un diritto, e che debba essere garantito a tutti i genitori, a tutte le bambine e a tutti i bambini. La consapevolezza che il “nurturing”, la cura, non sia un automatismo e che a volte le famiglie vadano accompagnate nella sua scoperta, è alla base del nostro lavoro.
Come si pratica la genitorialità responsiva?
Nella realtà delle cose, i genitori raramente sanno cosa siano le cure nutrienti e ancora più raramente conoscono i vari approcci alla genitorialità. Le teorie dello sviluppo che mettono insieme pedagogia e stili genitoriali, spesso e volentieri si realizzano lontano da loro [9].
Negli ultimi decenni, il concetto di genitorialità si è evoluto da una visione normativa e prescrittiva a una prospettiva relazionale, dinamica e contestuale. È qui che la genitorialità responsiva emerge come un modello di riferimento: mettendo al centro la capacità del genitore/caregiver di riconoscere, interpretare e rispondere in modo adeguato ai segnali del bambino o della bambina.
Nei contesti educativi e sociali, questo approccio si traduce in pratiche orientate alla promozione del benessere reciproco di genitori e figli attraverso:
- il sostegno alla lettura dei bisogni del bambino
- il supporto nella regolazione emotiva del genitore
- la costruzione di spazi di confronto tra pari
- l'orientamento e l’accompagnamento ai servizi
- la valorizzazione delle competenze genitoriali
Il nostro impegno
Le esperienze di programmi come Fiocchi in Ospedale, Spazi Mamme e Poli Millegiorni cercano di supportare la responsività dei genitori attraverso un approccio relazionale ed accogliente, la valorizzazione della dimensione di gruppo e l’attenzione alla pluralità delle esperienze famigliari.
In questa prospettiva, la genitorialità non viene “insegnata”, ma sostenuta attraverso processi di ascolto non giudicante e culturalmente sensibile e di valorizzazione delle competenze e di coinvolgimento di altri fondamentali pezzi del puzzle: i servizi, le relazioni orizzontali tra pari, i progetti del territorio, le opportunità di apprendimento e di gioco.
La genitorialità non è una sfida individuale, e non è solo l’esito biologico di un desiderio espresso da una persona o da una coppia. La genitorialità è dinamica, condivisa, e decisamente plurale. Non riguarda solo la famiglia o le persone più vicine a una bambina o un bambino, ma coinvolge anche la comunità, i servizi del territorio e le reti educative sociali. La cura si costituisce attraverso relazioni, supporto e accesso a servizi adeguati. E arriva fino alle politiche pubbliche, che incidono concretamente sulla qualità dei servizi, sull’accessibilità e sulle misure di sostegno alle famiglie. Quando si parla di crisi demografica non si dovrebbe pensare solo alle persone che scelgono di non avere figli, ma anche ai policy makers, alle professioni, alla divulgazione scientifica.
Perché diventare genitori dovrebbe significare accettare di fare un viaggio condiviso e sufficientemente ben organizzato e non una traversata oceanica in solitaria.
Note:
[1] Riforma del diritto di famiglia.
[2] Progetto Obiettivo Materno infantile del 20003 (POMI).
[3] Linee di indirizzo nazionali per l’intervento con bambini e famiglie in situazione di vulnerabilità del 2017.
[4] Legge 219/2012 - Riforma della filiazione e D.lgs. n. 154/2013.
[5] Nurturing Care Framework for Early Childhood Development.
[6] Brazelton TB, Greenspan SI: I bisogni irrinunciabili del bambino. Ciò che un bambino deve avere per crescre e imparare, Milano 2001.
[7] Tamburlini G., I bambini in testa. Prendersi cura dell’infanzia a partire dalle famiglie. Il pensiero scientifico, 2023.
[8] Milani P., Sostenere la genitorialità. Prevenzione, protezione e tutela dei minori. Lavoro sociale 2021; 4 (21): 5-9.
[9] Milani P., Educazione e famiglie. Ricerche e nuove pratiche per la genitorialità, Carocci 2018.