Violenza ostetrica e umanizzazione del parto

Si definisce violenza ostetrica un insieme di comportamenti che hanno a che fare con la salute riproduttiva e sessuale delle donne, come l’eccesso di interventi medici, la prestazione di cure e farmaci senza consenso, o la mancanza di rispetto per il corpo femminile e per la libertà di scelta su di esso.  Questo tipo di comportamenti, dei quali si discute da quasi un ventennio e che si declina su tutto l’arco della vita femminile, assume una rilevanza particolare, per intensità e durata, in quello che viene comunemente definito percorso nascita e che riguarda quindi le fasi di gravidanza, parto e puerperio.  

Violenza ostetrica: cos’è, come riconoscerla

La violenza ostetrica, secondo lo studio dell’Università di Udine “Obstetric violence in the European Union: Situational analysis and policy recommendations”[1], è una violazione dei diritti umani e una forma di violenza istituzionale di genere, derivante dalla pratica di azioni inappropriate, dolorose, o non consensuali, e di comportamenti sessisti durante l’assistenza al parto. Non è una violenza di tipo individuale, ma strutturale e di sistema.

Questo percorso che, soprattutto in Italia, viene svolto prevalentemente in un habitat sanitario, è spesso gestito secondo un approccio seriale dell’assistenza, tutto orientato a salvaguardare le procedure di sistema, anche a scapito del benessere delle persone.

In questo senso, la violenza ostetrica si potrebbe configurare come una forma specifica, particolarmente odiosa, perché aggravata da un esito sessista, del più generale deficit di umanizzazione dell’assistenza sanitaria.

Violenza ostetrica in Italia: tra statistiche e diritti

Dalla ricerca tuttora in corso in Italia, coordinata dalla professoressa Lucia Ponti, psicologa e psicoterapeuta dell’Università di Urbino, e che ha coinvolto finora un campione di oltre 1300 donne, risulta che oltre il 76% di esse è stato vittima di una qualche forma di violenza ostetrica.

La materia è vasta. I primi pronunciamenti internazionali sul tema, da parte dell’OMS, risalgono agli anni Ottanta [2]. Solo in Europa esistono oggi 47 Organizzazioni Non Governative impegnate sull’argomento e 5 diversi Osservatori nazionali, oltre a network di ricerca attivi nella statistica medica di genere, e a un ricco dibattito sulla riduzione dell’approccio medicalizzato alla nascita nei casi cosiddetti a “basso rischio ostetrico” e sulla pratica di forme e luoghi alternativi per il parto. Poiché, tuttavia, il parto ospedaliero è quello più raccomandato, e poiché è fondamentale assicurare a tutte le donne un percorso assistenziale sicuro, occorre capire come intervenire per modificare gli aspetti violenti della relazione assistenziale, mantenendo inalterata la garanzia della sicurezza clinica

Alla generale carenza della componente di relazione “umana” che caratterizza l’impianto della relazione assistenziale in sanità, in favore di una presunta maggiore efficienza del sistema,  si aggiunge una componente di sessismo, che va a colpire, non un pubblico indiscriminato di “pazienti”, ma una categoria specifica, composta da sole donne, accomunate dal fatto di non essere affette da alcuna malattia (salvo eccezioni), e rese particolarmente laboriose nella gestione da un atteggiamento poco remissivo, incline a mostrare il proprio disagio e la propria incertezza, a chiedere insistentemente sollievo dal proprio dolore fisico, o a esprimere, direttamente o indirettamente, il bisogno di capire cosa fare del proprio corpo prima, durante e dopo l’atto di farne uscire un/a figlio/a.

È bene specificare che si sta parlando di un effetto della cultura assistenziale e quindi di una fenomenologiaascrivibile al funzionamento di un sistema e non alla responsabilità di singole persone. Questa fenomenologia può essere considerata come un effetto combinato di due fattori principali: l’egemonia del cosiddetto paradigma bio-medico applicato al percorso nascita, che fatica a rendere significativi, nella prassi assistenziale, la relazione umana e, in generale, tutti gli aspetti non strettamente sanitari; e una cultura sanitaria ancora largamente analfabeta rispetto a una relazione con il corpo delle persone, e, in particolare con il corpo femminile, che non sia improntata alla semplice responsabilità di “guarirlo”. 

Violenza ostetrica e umanizzazione del parto: verso un cambiamento culturale

Nel 2010, con l’approvazione delle Linee Guida sull’appropriatezza degli interventi assistenziali durante gravidanza e parto [3], la Conferenza Stato Regioni italiana prendeva una posizione molto apprezzabile. Dichiarava, infatti, che per offrire una buona qualità di assistenza alla nascita, occorre coniugare la sicurezza del percorso e l’umanizzazione delle parto. 

Quella che sembrava quindi essere una luce accesa sulla peculiarità del percorso nascita rispetto alle procedure standard dell’assistenza sanitaria pubblica, sì è fatta, nel tempo, sempre più opaca. A distanza di 14 anni, mentre gli aspetti di sicurezza rispetto agli esiti di mortalità materna e neonatale sono per l’Italia motivo di orgoglio a livello mondiale, la componente dell’umanizzazione della relazione assistenziale non ha prodotto cambiamenti significativi.

L’attenzione alle persone, alle coppie, alle bambine e ai bambini sembra concentrata sull’urgenza di un esito positivo della transizione di un corpo fuori da un altro, con il minor numero di effetti collaterali e disagi e, possibilmente, nel minore tempo possibile. 

I principi irrinunciabili: DIRITTI DELLA DONNA E CONSENSO INFORMATO PARTO

  • Chiudere i centri nascita più piccoli (quelli con meno di 500 parti all’anno), considerati meno sicuri;
  • garantire misure di sicurezza per il trasporto d’urgenza materno e neonatale;
  • limitare il ricorso al parto cesareo (più rischioso per la mamma e per il/la bambino/a) secondo un principio di appropriatezza clinica e non di necessità organizzativa;
  • favorire la continuità tra ospedale e territorio per assicurare al nucleo familiare un accompagnamento anche dopo la nascita;
  • tutelare la salute mentale dei genitori prevenendo esiti più o meno severi di ansia e depressione, ma anche operando per garantire condizioni di travaglio e parto confortevoli, con un’adeguata cura degli aspetti di riduzione del dolore attraverso misure farmacologiche o psico-motorie;
  • assicurare un percorso di presa in carico preventivo attraverso l’azione di presidi territoriali di prossimità, quali i consultori familiari;
  • supportare la fase delicata del puerperio attraverso la pianificazione di controlli periodici, anche domiciliari, della salute di mamma e bambino/a;
  • attivare un intervento sistematico di monitoraggio e raccolta dati sul percorso nascita attraverso le Schede di Dimissione Ospedaliera (SDO) e l’azione di Comitati e tavoli di lavoro nazionali e territoriali, allo scopo, sia di favorire la ricerca demografica ed epidemiologica, sia di fornire ai decisori politici informazioni adeguate per calibrare eventuali interventi correttivi in sede nazionale, regionale e locale.

Gli effetti della violenza ostetrica 

Gli impatti della violenza ostetrica hanno a che vedere con la salute mentale delle donne, con la qualità delle relazioni tra la madre e il suo bambino o bambina e con la capacità di prendersene cura. Le esperienze negative durante il periodo perinatale possono, inoltre, contribuire a un generale senso di sfiducia verso le strutture sanitarie, a una scarsa propensione alla ricerca successiva di cure mediche per sé e per il proprio bambino o bambina, nonché a una riduzione del desiderio di una ulteriore maternità.

Serve integrare i requisiti di sicurezza del percorso clinico, con la pratica professionale (e non occasionale) di un’interazione umana, fatta di informazione, rispetto, non discriminazione e consenso. Occorre formare tutto il personale sanitario – e non solo quello ostetrico - a una relazione sana e non abusante con il corpo delle persone, e, in particolare, con il corpo femminile, orientata all’esercizio di una responsabilità di cura e non solo di guarigione.  

Ancora una volta, forse, ripartire dal corpo delle donne può offrire una chiave di lettura interessante per una riforma culturale profonda dell’assistenza sanitaria nel nostro paese. 

Il programma Fiocchi in Ospedale, per un supporto ostetrico rispettoso

Il nostro programma Fiocchi in Ospedale, che pur nasce e lavora con un’intenzionalità diversa rispetto a quella del contrasto delle violenza ostetrica, opera in modo indiretto come fattore di mitigazione di quello che potremmo definire un approccio infrastrutturale alla maternità, secondo il quale la nascita è un’operazione puramente produttiva e meccanica, da fare certo a regola d’arte, compatibilmente con le risorse disponibili, e sempre nel rispetto di un ritmo dettato dell’efficienza della struttura, dalla necessità di liberare posti letto, e di portare a compimento le produzioni nel modo più rapido possibile.

Questa logica, esula assolutamente dalla qualità, disponibilità, gentilezza e professionalità dei singoli operatori sanitari, salvo casi specifici di reato che sono ovviamente tutelati dalla legge. È il sistema che si muove con questa intenzionalità e che la riproduce in ogni sua articolazione, dando vita a una standardizzazione più o meno omogenea su tutto il territorio nazionale, aggravata da condizioni di dissesto, corruzione e ritardi di specifici territori.

Molte sono le voci e le analisi scientifiche relative all’ospedale come istituzione spersonalizzante, dove le persone diventano il nome della loro malattia, dove sei costretto a fare colazione alle sei del mattino per venire incontro alle esigenze del cambio turno, e dove, in generale, quello che eri prima di accedere – una persona, una professionista, uno studente – non esiste più, viene messo da parte fino al momento delle dimissioni.

Continua ad approfondire:

Note:

[1] Obstetric Violence in the European Union, 2024 La ricerca più recente sull’argomento condotta in Europa;

[2] Il primo evento istituzionale dedicato all’argomento risale al 1985, quando la World Health Organization (WHO) e la Pan American Health Organization (PAHO) promossero una conferenza internazionale dal titolo “Appropriate technology for birth”;

[3] Linee di indirizzo per la promozione ed il miglioramento della qualità, della sicurezza e dell'appropriatezza degli interventi assistenziali nel percorso nascita e per la riduzione del taglio cesareo.

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