Voci dal Campo: perché sono tornato in Siria

Pubblichiamo oggi la testimonianza di Naeem, un operatore di Save the Children che lavora in Siria. Per ragioni di sicurezza il suo nome è stato cambiato. Le opinioni espresse sono personali. Avevo lasciato la Siria un anno fa e avevo quasi dimenticato di come ci si senta ad essere sotto pressione e terrorizzato per tutto il tempo; di come è facile diventare una delle tante vittime senza nome, considerate fortunate anche solo se rientrano nella conta dei morti. A un anno dalla fuga dalla guerra civile sono tornato, in questo luogo dominato dalla paura e dal caos e governato da armi e bombe. Perché ho scelto di tornare a tutto questo? Il motivo principale è professionale, ora lavoro per Save the Children. Ma vi è un'altra ragione, il desiderio di vedere il paese che avevo lasciato 12 mesi fa, per vedere la situazione e la devastazione attraverso i miei occhi, non attraverso il filtro dei media. Come la maggior parte dei miei colleghi siriani, non ero un operatore umanitario prima del conflitto. Si tratta di un nuovo campo di lavoro per molti di noi, che ora sentiamo la responsabilità di quei siriani che sono intrappolati da questo conflitto senza fine. Ogni volta che intervisto un bambino o una madre, ho la responsabilità di condividere la loro storia e di garantire loro che il mondo non li ha dimenticati. Appena arrivato, pensavo che la gente non avrebbe voluto parlare con me, che avrebbero avuto paura di condividere le loro esperienze, ma in realtà erano molto sollevati dal fatto che ci siano persone fuori dalla Siria che ancora si preoccupano di loro. Nel mio primo giorno ero sul confine e davanti a me vedevo campi pieni di tende con migliaia di sfollati. Non riesco a immaginare come queste famiglie stiano affrontando questa situazione, le famiglie come la mia che in questo momento devono prendere l’acqua da una tanica e alimentarsi grazie alle razioni di cibo. Poi ho iniziato a notare altre cose, piccoli dettagli che mostrano quanto la vita in Siria sia cambiata. Ad esempio, ho notato che molte delle vetture vengono guidate senza patente. Perché? Beh, immagino che nessuno multi più per questo? Ora anche i problemi più piccoli si risolvono con le armi, le persone sentono il bisogno di avere armi sempre più grandi per rimanere in vita. Un altro cambiamento - tutti gli uomini che ho visto hanno lunghe barbe, ne sono rimasto sorpreso e ho chiesto alle persone che erano con me se era una cosa comune in questa zona prima della guerra. Mi hanno risposto di no e che è “la moda del conflitto”, ma da quando esistono conflitti associati alla moda? Ho visto edifici distrutti e zone di guerra in tv, ma tornando qui ho visto per la prima volta la distruzione nella vita reale. In un primo momento non si crede ai propri occhi, e devi ricordare a te stesso che non stai guardando un film apocalittico, non sei su un set cinematografico, è la vita e ci sono famiglie che vivono fra i resti delle case semi distrutte. Mi chiedo come possano fare, come fanno le persone che sono cresciute come me ad adattarsi ad una situazione in cui praticamente tutto ti è stato tolto? La risposta è che quando non vi è un posto in cui scappare, devi semplicemente trovare un modo per sopravvivere. Le persone creano i propri allarmi per gli attacchi aerei, non c’è elettricità e ognuno si crea i propri sistemi di alimentazione elettrica. Intanto io vengo distolto dai miei pensieri dalle grida di un amico che chiede a tutti di spegnere le luci. È sera e la gente del posto ha sentito che potrebbe esserci un attacco nel villaggio in cui ci troviamo. Ci muoviamo rapidamente per spegnere tutto e ci sediamo ad ascoltare la radio. Si parla di un villaggio a un paio di chilometri da noi, anche il nostro potrebbe essere attaccato. Alla radio nominano il nostro villaggio, poi silenzio di nuovo. Guardo i volti dei miei amici, sono pallidi, ironicamente sorridenti, è finta spavalderia. Nessuno di noi ha detto una parola e giuro che potevo sentire i nostri cuori battere. Sapevamo tutti che quella notte anche noi saremmo potuti diventare vittime senza nome. Abbiamo trascorso la maggior parte del tempo in uno stato di paura, finché, a un certo punto, ci siamo tutti addormentati. Ci siamo svegliati il giorno dopo come se niente fosse accaduto, la vita è così ora in Siria. Se vivi sei fortunato e non resta che andare avanti sperando di essere ancora così fortunati.   [cycloneslider id="ritorno-siria"]