Viaggio fra i bambini del Nepal

Il Nepal è uno dei paesi più poveri al mondo. Conosciuto dagli alpinisti per l’Everest, la montagna più alta del pianeta,  è noto ai suoi abitanti più che altro per la grande povertà, la densità della popolazione e le infrastrutture fatiscenti. Come in altri paesi poveri, i bambini sono impegnati nei lavori domestici fin dall’infanzia: preparano il cibo per gli animali, badano ai fratellini, si occupano di prendere l’acqua e la legna che serve in casa.

Durante l'ultimo mese Giancarla Pancione, responsabile della raccolta fondi da donatori individuali, ha visitato alcuni progetti nel paese. Di seguito il racconto della sua esperienza.   Per arrivare al villaggio da Butwal impieghiamo 2 ore nel caldo asfissiante. La maggior parte su strada sterrata, terra arida e polverosa. Il nostro passaggio provoca una nuvola di polvere scura che offusca la vista. Arriviamo al villaggio. Capanne con tetti di paglia e sterco attaccato alle pareti … bambini e animali ovunque. Mai immaginata tale convivenza!

La prima cosa che noto sono i bambini che girano scalzi con addosso solo una magliettina o una canottiera lacera. Mosche ovunque, tante, troppe, sui visi dei bimbi che non le scacciano più. Mi raccontano che qui i bambini malnutriti si riconoscono perché i capelli di colorito nero ebano diventano chiari. Mi sembra assurdo. I bambini hanno occhi grandi e neri che mi guardano con curiosità. Gli adulti hanno occhi grandi e neri e mi scrutano con rassegnazione. Per loro rappresento una novità, forse una delle poche in un posto sperduto, lontano e isolato dal resto del Paese. I bambini sono allegri, ridono e parlano ad alta voce come tutti i bambini del mondo. A Purushottampur ci sono anche due ragazzi sostenuti da donatori italiani, gli consegno delle lettere e delle foto. Uno sembra particolarmente colpito dal mare di Genova, non riesco ad immaginare a cosa abbia pensato.

Ci spostiamo nella scuola di Ajigara, classi da 50/60 bambini seduti per terra con un unico insegnante. Vogliono tutti cimentarsi con l’alfabeto, urlano le lettere a squarciagola orgogliosi come solo  bambini possono esserlo. Anche a scuola la maggior parte di loro non possiede le scarpe, molti hanno i capelli rasati per via dei pidocchi. Arriva l’ora del pranzo, prima si lavano le mani e la scodella portata da casa e poi tutti in fila per una porzione di riso. Noto due bambini tanto poveri da non avere una scodella, per loro un pezzo di carta farà da piatto, lo appoggiano per terra e iniziano a mangiare con le mani. Eppure qui questi bambini sono fortunati, possono frequentare la scuola. Grazie a Save the Children ricevono una divisa, il pranzo, il kit scolastico con penna e quaderno e anche una visita oculistica. Purtroppo da queste parti è consuetudine che i bambini lavorino. In assenza degli adulti i più grandi si prendono cura dei più piccoli, bambini di 5 anni che trasportano sulle proprie spalle quelli di uno o due anni. Ce ne sono tanti, si vedono ovunque. Si occupano degli animali: bufali, capre, maiali. Oppure lavorano nei campi in mezzo alla polvere che graffia la gola e le narici.

Nel peggiore dei casi sono impiegati nelle fabbriche di mattoni. Un lavoro davvero troppo duro per bambini esili con braccia magre e gambe sottili. Ne incontro due: 5 e 7 anni spostano mattoni a mezzogiorno sotto il sole accecante che gli brucia la pelle. Vado via con un groppo alla gola, trattenendo le lacrime a fatica. In macchina siamo tutti attoniti e silenziosi, nessuno ha la voglia o la forza di commentare. Dopo qualche giorno e un viaggio fra le montagne nepalesi arrivo a Nepalganj a soli 6 km dal confine indiano. Una collega mi racconta che quel giorno ha assistito ad un parto prematuro. Gli operatori di Save the Children avevano detto più volte alla madre di mangiare e non lavorare nei campi ma purtroppo lei non aveva scelta.

Il bimbo è nato al settimo mese e pesa solo 1 KG. La madre non ha potuto mangiare abbastanza ed il bimbo è sottopeso. All’health point possono fare poco allora infrangendo la policy caricano il bambino in macchina e lo portano all’ospedale più vicino. Non c’è posto, non c’è tempo da perdere. Corrono verso un altro ospedale, il bimbo è finalmente ricoverato. Aspettiamo speranzosi notizie. Al mattino ricevo un sms: “il bimbo non ce l’ha fatta”. Non riesco proprio a trattenere le lacrime, i camerieri e i clienti dell’hotel mi guardano interdetti. Un’altra vittima della malnutrizione. Mi chiedo cosa penserebbe Eglantyne Jebb nel vedere un progetto di Save the Children rappresentare una delle poche speranze per tanti bambini … come una sua idea sia arrivata così lontano. Sarebbe orgogliosa come lo sono io di lavorare per Save the Children? Il pensiero che il mio lavoro possa migliorare almeno di un po’ la vita di uno solo di questi bambini mi aiuta a superare la tristezza.  

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