Lavoro minorile: un fenomeno globale che non risparmia l’Italia

A livello globale, sono 160 milioni i bambini tra i 5 e i 17 anni, nelle maglie dello sfruttamento lavorativo, di cui quasi la metà – 79 milioni – costretti a svolgere lavori duri e pericolosi, che possono danneggiare la loro salute ed il loro sviluppo psico-fisico. Alcune stime parlano di 9 milioni di bambini in più che rischiano di essere spinti verso il lavoro minorile entro la fine di quest’anno a causa della pandemia.

In occasione della Giornata Mondiale contro il lavoro minorile, che si celebra il 12 giugno, puntiamo i riflettori sui milioni di bambini e adolescenti a cui viene sottratta l’infanzia, costretti a lasciare la scuola e a privarsi dell’opportunità di costruirsi un futuro.

Il lavoro minorile nelle convenzioni internazionali

L’articolo 32 della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (CRC) sancisce “il diritto del fanciullo di essere protetto contro lo sfruttamento economico e di non essere costretto ad alcun lavoro che comporti rischi o sia suscettibile di porre a repentaglio la sua educazione o di nuocere alla sua salute o al suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale”.

A garanzia di questo, la Convenzione n. 182 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) del 1999 afferma la necessità e l’urgenza di adottare delle strategie per eliminare le peggiori forme di lavoro minorile, senza perdere di vista l’obiettivo di lungo periodo di eliminare tutte le forme di lavoro minorile nel mondo. Gli Stati devono quindi adottare misure legislative, amministrative, sociali ed educative per contrastare ogni forma di lavoro precoce e garantire il pieno sviluppo di bambini e bambine. 

Lavoro minorile in Italia

In Italia la Costituzione (artt. 37 e 34), la Legge 977 del 1967 e i successivi sviluppi legislativi in materia, tutelano i minorenni disciplinando l’età di accesso al mondo del lavoro. La normativa prevede la possibilità per gli adolescenti di iniziare a lavorare a 15 anni a condizione di aver assolto l’obbligo scolastico di 10 anni – elemento che sposta quindi l’effettiva possibilità di accesso al mondo del lavoro al compimento dei 16 anni.

Ma quanti sono i giovanissimi che lavorano ancor prima dell’età legale per farlo?

Una ricerca della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, pubblicata nel 2021, stima che ben 2,4 milioni di occupati in età 16-64 anni hanno iniziato a lavorare prima dei 16 anni, ovvero complessivamente il 10,7% degli occupati nel 2020. Un fenomeno leggermente più diffuso nelle regioni del Nord Italia e con più di 230mila (4,7%) occupati con meno di 35 anni che dichiarano di aver svolto una qualsiasi forma di lavoro retribuita già prima dei 16 anni. Nel 2019, l’Ispettorato del Lavoro ha accertato solo 243 casi di occupazione irregolare e illecita di minori di età inferiore ai 16 anni, un dato sceso a 127 l’anno successivo date le alterazioni dello scenario causate dalla pandemia Covid-19. 

Numeri senza dubbio sottostimati, a causa della mancanza, nel nostro Paese, di una rilevazione sistematica in grado di definire i contorni del fenomeno in modo puntuale e continuativo. Secondo l’indagine sul lavoro minorile “Gameover” svolta nel nostro Paese e risalente al 2013, condotta da Save the Children e Associazione Bruno Trentin (ora Fondazione Di Vittorio), i minori tra i 7 e i 15 anni coinvolti nel fenomeno erano 340.000, quasi il 7% della popolazione in età. Tra questi, circa 28mila 14-15enni erano coinvolti in lavori pericolosi per la loro salute, sicurezza o integrità morale, lavorando di notte o in modo continuativo, con il rischio reale di compromettere gli studi, non avere neanche un piccolo spazio per il divertimento o mancare del riposo necessario – una condizione che si ripercuote negativamente sulle loro prospettive formative, professionali e sociali. Il lavoro minorile è spesso causa o effetto del fenomeno della dispersione scolastica, un nodo critico del nostro Paese, dove la quota dei giovani 18-24enni che escono dal sistema di istruzione e formazione senza aver conseguito un diploma o una qualifica, i cosiddetti Early Leavers from Education and Training nel 2020 è pari al 13,1%: più di mezzo milione di giovani che rischiano l’esclusione o un debole inserimento in un mercato del lavoro precario e non qualificante. Anche il numero di ragazzi e ragazze NEET, ovvero coloro tra i 15 e 29 anni fuori da percorsi di istruzione, formazione e lavoro, si attesta al di sopra dei 2 milioni, il 23,3%, tra le percentuali più alte in Europa.

Dati allarmanti, che richiedono studi accurati per delineare il fenomeno del lavoro minorile e tutti i fattori di rischio connessi. In tale direzione, la nostra Organizzazione ha costituito un Comitato Scientifico con esperti di alto profilo e professionisti di rilievo nazionale per approfondire il fenomeno in Italia e promuovere così misure adeguate al suo contrasto.

Un’alleanza per porre fine al lavoro minorile

L’obiettivo 8.7 dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite richiama alla necessità di intraprendere azioni ed adottare misure per eliminare le peggiori forme di lavoro minorile entro il 2025. Nel 2021, anno internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile, l’ILO ha lanciato insieme ai suoi partner, tra cui la nostra Organizzazione, l’Alleanza 8.7, un’iniziativa mondiale tra Stati membri, parti sociali, imprese, la società civile e le organizzazioni regionali e internazionali per porre fine al lavoro minorile, al lavoro forzato, alla schiavitù moderna e alla tratta degli esseri umani.

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