Dentro le comunità in Etiopia: buone prassi e devianza positiva

 

È venuto a trovarci nella nostra sede di Roma John Lundine, vice direttore del Programma di Sviluppo e Qualità di Save the Children per l'Etiopia. Volevamo conoscere da vicino il cambiamento che il nostro lavoro sta portando alla vita delle comunità etiopi, in particolare, ai minori migranti e alle adolescenti spesso costrette a sposarsi precocemente; ne è nata un'intervista a John che pubblichiamo di seguito. 

In Etiopia Save the Children ha sviluppato un approccio integrato per aumentare la protezione dei bambini. Per esempio, potresti spiegarci che tipo di impatto ha avuto il programma di salute sessuale e riproduttiva sulla protezione di minori migranti?

Questo programma vuole rafforzare la comunità e la conoscenza sulle problematiche legate agli adolescenti. Inoltre vuole diffondere un’ampia consapevolezza sul tema della salute sessuale e riproduttiva, con un focus particolare sui matrimoni precoci* che sono causa di allontanamento dalla scuola e in alcuni casi dalla comunità. È necessario lavorare all’interno delle comunità per fermare i matrimoni precoci e ridurre il fenomeno migratorio.

Lavorate direttamente con gli adolescenti e le famiglie, oppure favorite un approccio peers to peers, cioè di esclusivo dialogo tra coetanei? 

Per poter cambiare le norme o i comportamenti culturali è necessario avere un approccio fuori dal comune. Coinvolgiamo nella discussione i leader delle comunità religiose, quelli delle comunità locali e gli insegnanti. Mandiamo in onda anche dei programmi radiofonici in cui interpelliamo giovani, donne e uomini per cercare di apportare un cambiamento culturale.

Come riesce Save the Children ad aprire un dialogo diretto con le comunità locali?

Quando arriviamo in un posto, lavoriamo sulle tematiche maggiormente sentite dalla comunità: avviamo programmi di protezione dei bambini o di educazione, costruiamo nuove scuole e apriamo un dialogo con gli insegnanti che sono spesso il tramite dei nostri messaggi. Creiamo un clima favorevole ai cambiamenti sociali e una volta guadagnato il rispetto delle comunità, possiamo discutere di questioni culturali e sociali.

Come potremmo misurare l’empowerment delle comunità dove opera Save the Children e la loro capacità di promuovere un ambiente sicuro e prevenire i rischi che i bambini affrontano durante le migrazioni?

Esistono diversi modi per rafforzare le comunità locali. È fondamentale dar loro speranza e l’opportunità di pianificare il loro futuro in opposizione ad una logica di sopravvivenza giornaliera. Li invitiamo a fare un progetto di vita per capire cosa vogliono essere e diventare. Li invitiamo a chiedersi: “Di quali abilità ho bisogno e che tipo di percorso formativo devo intraprendere per diventare – ad esempio - un carpentiere?” Infine mi viene in mente un’altra tecnica di empowerment: la devianza positiva.

Puoi spiegarcela?

Facciamo un esempio: quando una ragazza che annulla il proprio matrimonio precoce diventa, ad esempio, un’insegnante, quella ragazza assume le veci di mentore per la comunità.  Ecco, la devianza positiva si basa sulla constatazione che in ogni comunità ci sono alcuni individui o gruppi i cui comportamenti non comuni consentono loro di trovare soluzioni migliori ai problemi rispetto al resto della comunità, pur avendo accesso alle stesse risorse. Questo approccio permette alla comunità di scoprire nuove strategie di successo che possono portare ad un cambiamento collettivo, duraturo e positivo.

Come Save the Children ha influenzato le istituzioni locali nella gestione della risposta al problema dei minori migranti?

Save the Children lavora sempre a stretto contatto con partner locali (ONG, governi, ecc.) per avere un impatto su larga scala. Ad esempio, se costruiamo una scuola, la scuola è pubblica ed è il governo a provvedere gli insegnanti, oppure se implementiamo un progetto di sicurezza alimentare non possiamo non collaborare con il Ministero dello Sviluppo Economico, o ancora i nostri programmi di protezione dei minori vengono portati avanti con il supporto del Ministero degli Affari di Donne, Bambini e Giovani.

Potresti raccontarci una storia di successo legata all’intervento di Save the Children in Etiopia?

Sicuramente posso raccontarvi il caso di molte giovani donne incinte che partoriscono assistite dai nostri operatori sanitari, o di bambini molto piccoli che rischiano di morire per semplici infezioni ma vengono curati grazie alla nostra presenza sul territorio. Eppure per me è ancora più significativo lavorare con i giovani nell’ambito dell’accountability sociale e della partecipazione. Quando vedo una ragazza che partecipa al child parliament, che prima era timida e riservata, alzarsi in piedi e dire: “Sono consapevole del mio ruolo di leadership all’interno della mia comunità” è il momento in cui sento che il mio lavoro sta davvero cambiando la vita delle persone.

*In Etiopia, 2 ragazze su 5 si sposano prima del loro 18 ° compleanno e circa 1 su 5 si sposa prima dei 15 anni. Il matrimonio precoce è fortemente legato alla povertà, al mancato accesso all'istruzione e l'assenza di opportunità economiche: solo il 12% delle ragazze sposate di età compresa tra 15-19 sono iscritte a scuola rispetto al 60% delle loro coetanee.