La forza dei ragazzi: un racconto dalla Bolivia

Storie dalla Bolivia

Arrivo a La Paz, capitale della Bolivia, sorvolando la foresta amazzonica, un tappeto compatto ed impenetrabile sul quale si srotolano come nastri le anse di corsi d’acqua che, da lontano, sembrano assolutamente immobili. Uno spettacolo indimenticabile.

La Paz è la capitale più alta del mondo e nei quartieri più alti tocca i 4.000 metri. La naturale reazione appena atterrati è quella di muoversi molto lentamente e lasciare che il cuore riesca a pompare abbastanza sangue al cervello.

La città si sviluppa in verticale incastonata tra le montagne, con una sorprendente densità abitativa. La gran parte delle case sono cubicoli in mattoni, senza intonaco né tetto, e da lontano sono talmente attaccate alla montagna da sembrare l’impanatura di un’immensa cotoletta.

Con la sua popolazione di 11 milioni di abitanti, la Bolivia è uno dei paesi più giovani dell’America Latina, ma crescere qui comporta sfide non invidiabili. La società è fortemente machista e patriarcale e le statistiche registrano tristemente che 1 minore su 3 sia vittima di abusi sessuali, molto spesso all’interno del proprio gruppo familiare. Elevatissimo anche il numero di gravidanze precoci, circa 250 ogni giorno. Ho personalmente conosciuto ragazze di 14 anni incinta del secondo figlio.

Alti tassi di abbandono scolastico, mancanza di opportunità di lavoro e contesto familiare violento o assente si stratificano sulle spalle dei bambini e adolescenti più vulnerabili e marginalizzati. Nuclei familiari fragili in cui i fratelli maggiori (spesso sorelle) sono responsabili di quelli minori; ragazzi di strada che vivono di espedienti e spesso finiscono nel circuito della tratta e della prostituzione; bambine e  allontanate da casa perché vittime di violenza all’interno della famiglia, costrette e scappare e,  se fortunate, trovare accoglienza in case rifugio; minori condannati per reati di vario tipo che vengono indistintamente rinchiusi in strutture carcerarie sovraffollate; ragazzi che in percentuali altissime si procurano ferite come forma di autolesionismo.

Ecco, è proprio a questa moltitudine di ragazzi marginalizzati e vulnerabili che si rivolge il progetto di Youth Empowerment di Save the Children, finanziato da Bulgari, che siamo andati a visitare lo scorso ottobre.

Il progetto ha l’obiettivo di creare opportunità ai giovani, attraverso lo sviluppo personale e dell’autostima. Si focalizza inoltre su attività di sensibilizzazione sulla salute sessuale e riproduttiva, promuovendo comportamenti consapevoli per poter pianificare le gravidanze ed evitare quelle precoci. Infine si concentra sulla formazione e l’inserimento lavorativo per garantire che i ragazzi possano trovare in futuro un lavoro decoroso e dignitosamente retribuito, spezzando così il circolo vizioso della povertà.

Per chi fa il nostro lavoro è un gran privilegio poter finalmente vedere i progetti di Save the Children sul campo. In questo viaggio in Bolivia ho visto con i miei occhi come possiamo fare la differenza grazie al prezioso aiuto di tutti coloro che ci sostengono, rendendo possibile il nostro lavoro.

Un giorno ho incontrato Silvia e Pedro. Silvia ha 18 anni e Pedro 16, vivono nella città di Cochamba, in una provincia dove più della metà della popolazione è di origine indigena. Il quartiere è una zona tranquilla “dove – Silvia dice -  la gente è umile e laboriosa, ma ha pochissime opportunità per la scarsa scolarizzazione. I problemi più gravi nella mia zona sono le gang di strada che sono pericolose. La mia casa ha due stanze, dove vivo con mia madre, mio fratello e mia sorella.”

Pedro, insieme a Silvia, lavora in strada da quando ne aveva 7. Prima vendendo caramelle, poi facendo i giocolieri ai semafori, lui con i coltelli e lei con il fuoco.  Nel marzo 2018 hanno iniziato a partecipare al nostro programma di Youth Empowerment, con un indirizzo professionale in panificazione. Silvia è una ragazza veramente molto carina, ma quello che colpisce è la sua grinta e determinazione. Ci dice: “Grazie al supporto del programma di Save the Children abbiamo potuto acquistare tutto il necessario, dal forno agli ingredienti”. Ho chiesto a Silvia quali fossero i suoi sogni. Lei ha fatto una pausa e ci ha risposto dicendo “i miei sono obiettivi da raggiungere, non sogni”.

Poi ho Incontrato Lupita, di 24 anni. I tratti indigeni, lo sguardo vissuto e una larga gonnellona a pieghe che normalmente indossano le donne più anziane in abiti tradizionali. In effetti, oltre che la gonna, anche il volto di Lupita dimostra almeno il doppio della sua età. Come tantissimi dei ragazzi vulnerabili con i quali lavoriamo, Lupita non ha mai conosciuto il padre e per aiutare sua madre ha iniziato a lavorare fin da bambina. Nel caso di Lupita facendo il più umile dei lavori di strada: la lustrascarpe, “lustrabotas”. A 15 anni, inizia a lavorare come domestica, apparentemente un lavoro più “sicuro”, ma in realtà una trappola, infatti si ritrova vittima di ripetuti casi di sfruttamento e abuso sessuale. Malgrado tutto Lupita frequenta la scuola serale e finisce i suoi studi.

Attraverso un centro di accoglienza per ragazzi di strada - Hormigón Armado - Lupita entra in contatto con noi e riceve una formazione sull’autostima e lo sviluppo personale e professionale, appassionandosi alla specializzazione in pasticceria. Motivata a cambiare il suo destino e dedita al lavoro, Lupita si candida per una posizione all’azienda di stato che produce biscotti e viene assunta nel febbraio 2018. Lupita oggi ha 2 bambini, un lavoro sicuro. Ma Lupita non si ferma, vuole studiare gastronomia e andrà a lezione durante i fine settimana.

Jaime, il nostro collega responsabile della gestione del progetto di Youth Empowerment, alla domanda di dove trovasse la forza per confrontarsi quotidianamente con la sofferenza di bambini e ragazzi sfruttati e ai margini della società mi ha risposto che la chiave è passare dalla pena all’ammirazione. Dalla pena per chi vive in una condizione di vulnerabilità estrema all’ammirazione per la sua capacità di reagire all’aggressività della vita e andare avanti. La pena innesca compassione, commozione, carità. L’ammirazione invece innesca coraggio, fiducia nelle proprie capacità, energia per contrastare la durezza della vita. La famosa resilienza.

Jaime ha ragione ed io ho provato enorme ammirazione per i ragazzi e le ragazze che ho incontrato in Bolivia. Ammetto che ho ancora la mia strada da fare per non essere sopraffatta dalla commozione quando incontro la sofferenza di chi ha avuto in sorte di nascere a latitudini diverse dalla mia.